Era l’11 giugno – Andrea Malpassi

Il picchetto d’onore tocca agli operai del Consiglio di Fabbrica della FATME, la più grande azienda metalmeccanica di Roma. Dopo la Segreteria Nazionale del Partito e quella della Cgil, tocca a loro: agli operai, perché nessuno abbia dubbio su chi gli era più vicino, su chi lo aveva di più a cuore.

Quegli operai – in piedi ai lati della salma e circondati da una montagna di fiori- portano negli occhi umidi e sulle spalle pesanti il dolore di milioni di persone, lavoratori e studenti e pensionati, che sono là fuori, a riempire tutta la città da via delle Botteghe Oscure a Piazza San Giovanni. Il dolore delle persone che sotto una pioggia incessante, lungo la strada tra Padova e Venezia, hanno seguito il feretro che Sandro Pertini ha voluto accompagnare fino a casa. Il dolore di chi per quattro giorni ha atteso sotto l’Ospedale Giustinianeo di Padova e nelle piazze di tutta Italia, aspettando i bollettini medici sussurrati dal professor Francesco Valerio, rilanciati nei telegiornali e nelle continue edizioni straordinarie de l’Unità.

Fino a quell’ultima edizione, l’undici giugno del 1984, uscita appena dopo pranzo. “E’ morto”, c’è scritto solo questo. Accanto ad una foto col suo sorriso timido, educato, dolce.

Il sorriso gentile di Enrico Berlinguer.

Non ce ne vogliano tutti gli altri: non esiste –nella storia d’Italia- un leader politico amato quanto Berlinguer.

“Quando sono nel dubbio –diceva- ritorno agli ideali della mia gioventù.” Ed è per questo, probabilmente, che sapeva guardare sempre così “avanti”. Tutte le Questioni da lui poste quarant’anni fa sono ancora oggi le vene aperte di un Paese che non sa curare le proprie ferite: la questione meridionale, quella femminile, quella ambientale. La questione morale.

Dallo strappo con i regimi dell’Est al “compromesso storico” –insieme ad Aldo Moro- per realizzare l’alternativa democratica: gli esempi della sua intelligenza e del suo coraggio sono noti, hanno fatto la storia. Così come la sua coerenza, priva di opportunismo elettorale: gli operai in lotta non si lasciano mai soli – fosse anche a Torino e ci fossero anche 40.000 “colletti bianchi” a manifestare contro. Non avrebbe mai lasciato soli i lavoratori e i lavoratori lo sapevano.

E però l’intelligenza, il coraggio, la coerenza spiegano la stima, la fiducia, anche la nostalgia: ma non bastano ancora a spiegare tutto questo inestinguibile ed ineguagliato amore verso di lui.

Se lo guardiamo con gli occhi di oggi, dobbiamo dire che Enrico Berlinguer –in televisione-non era certo tra i più abili. Soffriva i tempi corti che impedivano il ragionamento e preferiva argomentare il proprio pensiero, anziché ricorrere a stoccate. Le compagne e i compagni, che allora seguivano le tribune elettorali, qualche volta un po’soffrivano. E però ciò che diceva, anche in televisione, resta come pietra miliare per definirci: “Noi vogliamo una società che rispetti tutte le libertà costituzionali. – rispondeva fermamente– Meno una: quella di sfruttare gli altri esseri umani. Perché questa “libertà” tutte le altre distrugge e rende vane.”

Ti aiutava non solo a capire il mondo, ma a capire te stesso. Non definiva soltanto la realtà tutt’intorno: definiva ciò che sei intimamente, come essere umano in mezzo ad altri esseri umani.

E tutto questo Enrico Berlinguer lo faceva, sempre, con gentilezza. Gentilezza: una parola così lontana dalla politica italiana degli ultimi anni, dove si rincorrono solo rodomonti, tronfi nel proprio ridicolo bullismo, tra minacciosi “bacioni” e sbeffeggianti “ciaone” per gli avversari “gufi” o “sfigati”. Gentilezza: che in Enrico Berlinguer si manifestava con timidezza e permeava ogni gesto, ogni parola, anche ogni sorriso. Gentilezza: che diventava, sul suo esempio, la misura delle relazioni collettive e si tramutava in un modo di intendere la società futura e i rapporti tra esseri umani.

Gentilezza vera, spontanea, di chi quasi si schernisce dell’amore e della stima che riceve: e che ti faceva capire –no: sentire- che quando tu eri davanti a lui, o lo ascoltavi, tu pensavi di essere davanti ad una mente e ad una persona eccezionale, ma lui si sentiva davvero uguale a te. Credeva, sapeva, sentiva che siamo tutti uguali: con gli stessi diritti, la stessa dignità e anche le stesse responsabilità. Lo credeva sul serio, non c’erano dubbi: e per questo ha sempre ottenuto e ottiene ancora oggi il più importante dei riconoscimenti, quello della credibilità.

Ai suoi funerali, ci sono tutti. Tra la folla assiepata a Botteghe Oscure, si fanno largo personaggi politici di tutto il mondo, registi, attori, intellettuali. Lo piangono come un padre, come un fratello, come un amico. Il Presidente Sandro Pertini, abbracciando la sua bara sotto il sole implacabile di Piazza San Giovanni, ammette di piangerlo come un figlio. Ci sono tutti, soprattutto donne e uomini del suo popolo: gente che lavora, che studia, che sta in pensione. Hanno camicie sudate, gonne a fiori, baffi folti; lo salutano in lacrime o a pugno chiuso e loro, tutti, lo piangono come un compagno. Un operaio sardo, tenendo per dignità la voce ferma, dice: “In Sardegna siamo tutti molto dolorosi.” E non è un errore, no: perché vedere i lavoratori così intimamente addolorati è davvero straziante, è doloroso.

Doloroso, come assistere -negli anni a seguire- ai tentativi di dimenticarlo, di rimuoverlo, di non parlarne più. Tentativi inutili: proprio perché così intelligente, così coraggioso, così coerente e così gentile e dunque proprio perché così credibile, Enrico Berlinguer è ancora oggi infinitamente amato. Qualcuno di noi, quando è nel dubbio, si ripete “Cosa farebbe Enrico Berlinguer?”; qualcuno di noi trasmetterà questa domanda anche ai propri figli.

Grazie Enrico, noi continueremo a lavorare. Proprio come ci hai insegnato, fino al tuo ultimo respiro: con fiducia, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada. Certi che ci salveremo e andremo avanti perché non agiremo uno per uno, ma sempre tutti insieme.

Andrea Malpassi

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