“Hanno sparato a Togliatti”, 71 anni fa l’attentato che sconvolse l’Italia – Ilaria Romeo

La mattina del 14 luglio 1948, il segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, viene ferito dai colpi di pistola sparati dal giovane studente siciliano Antonio Pallante.

“Alle 11.20 – ricorderà Nilde Iotti qualche anno dopo – uscimmo da Montecitorio. Togliatti, come faceva spesso, era senza scorta, la fida guardia del corpo Armando Rosati, detto Armandino. «Non ci sono cose importanti da discutere – mi disse Togliatti – andiamo a casa. Prima, però, andiamo a prendere una granita di caffè al bar Rosati. E Armando? Armando, capirà»”.

Pochi minuti dopo il dramma.

Ricorda ancora Nilde Iotti: “Subito dopo essere uscita con Togliatti da Montecitorio vidi come un’ombra che si muoveva sugli scalini del palazzo di fronte. Avevamo appena superato l’ingresso di via della Missione e Antonio Pallante sparò. Il primo colpo si conficcò nel muro di una casa di via Uffici del Vicario. Il secondo proiettile colpì Togliatti al centro della testa. Togliatti cadde in ginocchio e si rovesciò all’indietro. La pallottola, fortunatamente, non era rivestita, e si schiacciò sull’osso occipitale. E Togliatti, lo seppi poi dai medici, come tutti coloro che leggono molto, aveva un osso occipitale molto sviluppato, il che servì in qualche modo ad attenuare il danno. Il terzo proiettile fu il più grave. Penetrò nella cavità toracica e traforò il polmone di Togliatti procurandogli un’emorragia interna. Tre colpi ravvicinati, esplosi a ripetizione. Fu solo a quel punto che mi resi pienamente conto della situazione. Gridai ad un carabiniere che avevo visto di postazione davanti al portone di Montecitorio: «Arrestatelo!». Subito dopo seguì il momento più drammatico. Vidi Pallante avvicinarsi a Togliatti caduto. Istintivamente mi gettai sul corpo di Togliatti per proteggerlo. In quel momento Pallante sparò il quarto colpo. La pallottola entrò sotto la pelle senza penetrare però nella cavità toracica”.

“Scorgo lei, poi lui – racconterà Pallante – Sono sui gradini, io a tre – quattro metri. Sparo: lo prendo alla costola, poi al polmone. Lui cade e mentre si accascia sparo ancora. Un colpo a vuoto, il quarto entra nella nuca. La Iotti si butta su di lui e grida: «Hanno ucciso Togliatti, hanno ucciso Togliatti». I deputati cominciano a uscire a frotte dal Parlamento, io non capisco più niente. Mani forti mi afferrano salvandomi dal sicuro linciaggio: è il capitano dei carabinieri Antonio Perenze che poi firmerà la relazione sulla morte, misteriosissima e controversa, del bandito Giuliano”.

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La notizia dell’attentato rimbomba immediatamente in Parlamento. Secchia e Longo seguono Togliatti al Policlinico, si riunisce la Direzione del Partito[1]. All’ospedale arrivano Nenni e De Gasperi (da Trento dove sua figlia sta partorendo). Giuseppe Di Vittorio, non c’è: è in viaggio, di ritorno dagli Stati Uniti (ricorderà la moglie Anita: “Ciampino era animato più del solito, e Peppino si guardava attorno interrogativo quando un ufficiale, seguito da altra gente, lo raggiunse di corsa gridandogli: ‘Onorevole! Hanno ucciso Togliatti!’. E un altro di rincalzo: ‘No, non è morto… È grave ma è vivo ancora…’. Il colpo fu terribile. Vidi il volto di Peppino impallidire e poi immediatamente irrigidirsi in uno sforzo di volontà. ‘Chiama subito la Confederazione’, mi ordinò. Il comandante ci avvertì: ‘Sarà difficile telefonare. C’è lo sciopero generale’. ‘Com’è possibile? – chiese Peppino – Bitossi avrebbe potuto avvertirmi!’. Lo informarono allora che l’attentato aveva avuto luogo appena due ore prima e che lo sciopero era esploso immediatamente, senza alcuna direttiva della Confederazione”.

Il Paese è percorso da una scossa elettrica ed operai e contadini scendono in piazza: parte lo sciopero generale, prima spontaneo e poi ufficiale[2]; sarà – dirà lo storico Sergio Turone – “lo sciopero generale più completo e più esteso che si sia mai avuto nella storia d’Italia”.

In Francia, nei cortei celebrativi della presa della Bastiglia, vengono portati i ritratti di Togliatti; dalla Russia arriva il telegramma di Stalin: “Il Comitato centrale del Pcus è indignato per il brigantesco attentato contro la vita del capo della classe operaia e di tutti i lavoratori d’Italia, il nostro amato compagno Togliatti. Il Comitato centrale del Pcus è contristato dal fatto che gli amici del compagno Togliatti non siano riusciti a difenderlo dal vile attentato a tradimento”.

Il primo Consiglio dei ministri si riunisce alle 13.15, pochi minuti dopo l’attentato a Montecitorio, ma solo per condannare il ferimento di Togliatti e inviargli gli auguri di pronta guarigione.

E’ nella seduta del giorno successivo che i timori degli esponenti democristiani si materializzano nella paura di un golpe (le preoccupazioni saranno mitigate dalla comunicazione di De Gasperi che, alla ripresa della seduta, riferisce di un incontro con Giuseppe Di Vittorio per porre fine allo sciopero).

L’ordine ufficiale di cessazione dello sciopero è comunicato nella notte del 15 luglio e approvato all’unanimità (Canini e Parri si astengono sull’ultimo capoverso, assenti i membri democristiani).

“Il Comitato esecutivo della Cgil – si legge negli atti ufficiali – rileva con soddisfazione l’imponente ed unanime adesione, in tutta Italia, allo sciopero generale contro il vile attentato compiuto da un sicario sulla persona dell’on. Palmiro Togliatti. L’attentato costituisce un attacco delle forze reazionarie contro le masse popolari che hanno arditamente lottato per abbattere il fascismo e conquistare le libertà democratiche e l’indipendenza nazionale. Il comitato esecutivo rivolge un reverente saluto a tutte le vittime di questa lotta, provocata dall’atmosfera di divisione e di odio creata nel Paese dal risveglio delle forze reazionarie. Lo sciopero generale – attuato spontaneamente e con ammirevole slancio da tutti i lavoratori italiani non appena conosciuta la notizia dell’infame attentato, e sanzionato dalla Cgil – costituisce una conferma manifesta della decisa volontà delle masse lavoratrici e democratiche di opporsi risolutamente all’offensiva della reazione”. Prendendo atto di questa “indomabile volontà delle masse popolari ed auspicando che l’on. Palmiro Togliatti possa riprendere ben presto il suo posto di combattente antifascista”, il Comitato esecutivo decide “la cessazione dello sciopero generale per le ore 12 di venerdì 16 corrente”[3].

Affermerà a sciopero concluso la Direzione del Partito “La Confederazione generale del lavoro alla cui opera il Fronte democratico popolare ha immediatamente dato piena e fiduciosa adesione ha inquadrato e diretto il grandioso movimento delle masse che trova precedenti solo negli anni lontani della più sicura e vittoriosa ascesa delle classi lavoratrici del nostro Paese. Milioni di lavoratori operai tecnici, impiegati, contadini, artigiani, uomini e donne nonostante le minacce e le violenze ordinate freddamente dal governo, si sono battuti sapendo di affrontarlo e volendo affrontare – a solenne ammonimento – i provocatori di guerra, che il compagno Togliatti aveva smascherato e additato all’esecrazione popolare e i gruppi reazionari, e i ceti privilegiati che si sono proposti di impedire, con qualunque mezzo ed a qualunque costo, di svolgere quei principi di nuova democrazia di popolo che il compagno Togliatti aveva affermato per primo nella Repubblica. Queste forze sociali di rovina e di rapina hanno così sentito la parola possente dell’Italia del lavoro, che ha fatto conoscere, come ancora non era avvenuto dal giorno della liberazione quale sia la sua forza […] La unanimità di dolore, di esecrazione, di protesta, creatasi con fulminea immediatezza attorno al nostro compagno colpito, ha costituito la prima legittima, imponente, revisione dell’artificioso verdetto del 18 aprile, indicando verso chi si dirige in realtà la fiducia e l’attesa delle forze fondamentali e laboriose del nostro popolo. Ciò impegna il nostro Partito ed ogni singolo compagno a continuare infaticabilmente, senza soste e senza incertezze, in seno a questo l’opera fervida e coerente di orientamento e di guida”.

Dirà anni dopo Nilde Iotti: “L’attentato a Togliatti, pur nella sua estrema gravità, ebbe anche aspetti positivi. Fu come una scossa di adrenalina che contribuì a far uscire il popolo della sinistra dallo stato di profonda frustrazione in cui era piombato dopo la disastrosa sconfitta elettorale subita tre mesi prima, il 18 aprile 1948 [….] Ma non si riesce a comprendere quel drammatico evento se con la memoria non si torna al clima arroventato seguito alla clamorosa vittoria elettorale Democrazia cristiana del 18 aprile 1948. Quel clima contò molto, fu determinante. Nessuno poteva immaginare che la campagna elettorale guidata dalla chiesa di Pio XII e dai comitati civici di Luigi Gedda potesse raggiungere un tale grado di violenza. Una violenza che da parte dei vincitori non si allentò neppure dopo il loro schiacciante successo”.

Parole sulle quali sarebbe opportuno riflettere…

[1] Il testo dell’appello: “Italiani! La campagna sfrenata di odio e di violenza, ispirata e diretta dal governo per colpire gli uomini e i partiti del lavoro, gli uomini della democrazia che per vent’anni hanno guidato la lotta contro la tirannide fascista e contro il tedesco invasore, ha armato la mano assassina dei sicari contro Palmiro Togliatti.
Dopo le stragi di Sicilia, dopo gli assassini di lavoratori, dal Veneto alle Puglie, dopo una lunga serie di violenze e di sopraffazioni l’attentato contro il capo del Partito comunista rivela il proposito di colpire mortalmente la democrazia e le libertà del popolo italiano.
La libertà si difende! Italiani, lavoratori! Il sicario è l’esecutore di un delitto scaturito dall’atmosfera politica di provocazioni e di violenze deliberatamente creata dal governo De Gasperi – Scelba dal governo della guerra civile. Si levi in tutto il paese la indignata protesta dei lavoratori e di tutti gli uomini liberi. Per la pace interna, per la legalità repubblicana, per la libertà dei cittadini: DIMISSIONI DEL GOVERNO DELLA FAME, DEL GOVERNO DELLA GUERRA CIVILE!”.

[2] Il comitato esecutivo della Cgil si riunisce soltanto nel pomeriggio del 14 e con la presenza del segretario generale sanziona lo sciopero già in atto, senza fissarne per il momento il termine. “Di fronte a una situazione così grave che minaccia di riaprire nel nostro Paese prospettive di sangue e di insopportabile oppressione – si legge nel Manifesto della Cgil agli italiani per lo sciopero generale – la Cgil vi invita a lottare uniti attorno alla vostra organizzazione, solo strumento unitario che possa difendere il nostro popolo dagli attentati contro la libertà e contro la democrazia. Tutti i lavoratori parteciperanno allo sciopero: il comitato esecutivo della Confederazione generale italiana del lavoro, che siede in permanenza, impartirà nella giornata di domani ulteriori disposizioni. I lavoratori italiani sapranno difendere vittoriosamente la democrazia, la libertà, la Repubblica!”.

“Tutti i lavoratori di tutte le categorie – sanciscono le istruzioni per lo sciopero diramate dalla Confederazione – entreranno in sciopero alla mezzanotte di oggi mercoledì 14 luglio. Alle ore 6 cesserà completamente il servizio ferroviario. I lavoratori addetti alla panificazione, al rifornimento ed alla distribuzione del latte, ai servizi ospedalieri e telefonici, sono esentati dallo sciopero. I negozi di generi alimentari rimarranno aperti fino a Mezzogiorno. Gli elettrici sciopereranno dalle 8 alle 20, con sospensione per tutti gli utenti. I salariati addetti al bestiame eseguiranno un solo governo nella giornata ed attenderanno alla normale mungitura del bestiame. Mezzadri, coloni e coltivatori diretti eseguiranno i soli lavori di stalla. La Cgil invita tutte le Camere confederali del lavoro a pubblicare nella giornata di domani il giornale locale sindacale o un bollettino di sciopero”.

[3] Ai lavoratori milanesi che vogliono continuare la lotta, la Segreteria confederale invia il seguente messaggio: “Lavoratori milanesi! La Cgil vi esprime la sua simpatia e la sua ammirazione per lo slancio unanime col quale voi avete scioperato, per manifestare il vostro sdegno contro il vile attentato compiuto a tradimento sulla persona dell’indomito combattente della libertà Palmiro Togliatti e contro la politica liberticida che ha armato la mano dell’infame sicario fascista. Con lo sciopero generale, attuato con ammirevole compattezza in tutta l’Italia, la Cgil ed i lavoratori italiani hanno posto davanti al Paese il grave problema d’un radicale mutamento della politica interna del governo, perché le libertà democratiche ed i diritti sociali conquistati dai lavoratori, e sanciti nella Costituzione, siano effettivamente rispettati e perché siano annientati i focolai di reazione ed i sedimenti di fascismo che tramano contro la libertà del popolo”. “Lo sciopero generale – continua il messaggio – ha espresso la volontà unanime delle masse popolari italiane di opporsi con vigore e decisione ad ogni conato di reazione e di fascismo. Uno sciopero così compatto costituisce già una prima vittoria. Lo sciopero è cessato, ma la nostra lotta per la libertà continua. Ciò che occorre ai lavoratori è la compattezza e la disciplina. E voi, lavoratori milanesi, che siete stati sempre alla avanguardia del movimento operaio e democratico italiano, dovete comprenderlo prima degli altri. Non prestatevi a nessuna manovra di divisione e di indebolimento della disciplina sindacale. Abbiate fiducia nella vostra grande Cgil e nella vostra forte ed indomita Camera del lavoro”.

Dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948, che avevano visto la netta affermazione della Democrazia cristiana e la sconfitta del Fronte popolare e dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio, la corrente democristiana deciderà la scissione. Il periodo delle scissioni sindacali si protrarrà per circa due anni, dall’estate del 1948 alla primavera del 1950. La prima componente a lasciare la Cgil è quella cattolica che nell’ottobre 1948 costituisce la Libera Cgil, guidata da Giulio Pastore; dopo alcuni mesi, nel giugno 1949, sarà la volta delle componenti socialdemocratica e repubblicana che daranno vita alla Fil (Federazione italiana dei lavoratori). Il percorso terminerà con la nascita dell’Unione italiana del lavoro (Uil, 5 marzo 1950) e della Confederazione italiana sindacati lavoratori (Cisl, 1° maggio 1950).

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

 

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