Impariamo da Gramsci a comunicare sui social – Giorgio Sbordoni

Che legame ci può essere mai tra il web e il sindacato? Il primo è il faro della modernità, quella finestra spalancata sul mondo che ha rivoluzionato le nostre vite ben oltre lo sbarco sulla Luna. Una vera e propria maratona per l’umanità. Il secondo, ha detto di recente, in un’intervista a Giornalettismo, Maurizio Landini, viene spesso descritto come quel vecchio arnese fatto da persone “che difendono chissà quali interessi, che chissà che stipendi hanno”.

Eppure, a leggere bene le parole, web, nelle diverse sfumature del traduttore, significa rete, intreccio, tela. La tela è un intreccio. Quell’intreccio, quando è fitto, diventa uno spazio sul quale poter disegnare. E così la tela del ragno che mette paura e imprigiona le sue prede, può diventare, quanto più stretta e compatta, lo strumento sul quale il pittore riversa la sua arte, la sua creatività. Intreccio mi piace, perché forse, più di tutti, dà al vocabolo web un senso vicino al concetto di sindacato. Che, del resto, nacque nella grigia e dura Inghilterra della rivoluzione industriale sotto il nome di trade unions, le unioni dei mestieri.

Insomma, web e sindacato, come dire intreccio e unione. Palco e attore. Tela e pittore. In questo senso, il web diventa uno strumento potente, forse persino lo Strumento, nelle mani del sindacato. Lo ha detto anche Maurizio Landini in quella stessa intervista: “dobbiamo porci il problema di utilizzare le nuove tecnologie per poter parlare con le persone che si trovano in luoghi diversi”. Perché sul web è possibile mettere in comunicazione le persone, con una rapidità e un’efficacia sconvolgente. Piazze virtuali sconfinate, spazi di riflessione e confronto potenzialmente aperti a tutti. Il rivolo della notizia, scendendo rapido lungo il crinale del web, si ingrossa di contributi, commenti, aggiunte, sottrazioni, riflessioni, curva violentemente dove la fonte dalla quale era scaturito non avrebbe mai pensato o va giù dritto come una cascata, esplodendo, riempiendo bacini a secco da tempo, per finire, in fondo alla sua corsa, in quell’oceano di contenuti che resta in archivio.

Imprimendo un ritmo e un’ampiezza alla discussione sconosciuti. Se il sindacato, per definizione, è il luogo della giustizia sociale, della democrazia, della difesa dei diritti, del miglioramento delle condizioni dei lavoratori attraverso la mediazione, l’informazione, la lotta e il confronto, il web, e quelli che ne sono diventati il braccio armato, i social network, sono sicuramente parte importante degli attrezzi del mestiere.

In un mondo sempre più parcellizzato, in cui le masse del proletariato delle grandi fabbriche sono scomparse da tempo, cancellate dalle delocalizzazioni, ridimensionate dall’automazione, allontanate e divise dalle nuove forme di lavoro. In un mondo di servizi in cui sono sempre più i commessi, i camerieri, le guide turistiche, i riders, gli operatori di call center chiusi nei loro cubicoli e annullati dai ritmi infernali. In un mondo in cui la crisi e la cattiva flessibilità lasciano sempre più spesso gente a casa per brevi o lunghi periodi. Nella società liquida, il web è di fatto il contenitore giusto per rimetterle insieme tutte queste gocce, dar loro la possibilità di tornare a mischiarsi, a regalarsi del tempo, a scambiarsi notizie e riflettere. Per citare ancora Landini, “se gli strumenti classici del sindacato sono stati per esempio l’assemblea, perché li mettevi tutti assieme, o il volantino perché erano tutti nello stesso posto, oggi devi fare i conti con una realtà in cui le persone spesso non sono tutte nello stesso posto a lavorare”.

È qui che inizia il bello, il nuovo, il difficile. Perché la penna che andava bene per scrivere su carta, sul video non funziona. L’inchiostro scivola sul vetro senza penetrare, senza lasciar traccia. “Le nostre forme di comunicazione devono cambiare, il linguaggio va adeguato”, dice Landini. E allora mi consegno al plotone di esecuzione, ma dico a tutti noi, comunicatori e sindacalisti, che è ora di limare, accorciare, svecchiare, cancellare l’autoreferenzialità, smetterla di dare per scontato sigle, leggi, abbreviazioni, parlare in modo semplice, senza rinunciare alla forma che, nella comunicazione, è comunque sostanza e deve educare. Chiudendo in un cassetto il “sindacalese”, provando a parlare alla look down generation, ai giovani ventenni che camminano con lo sguardo basso, fisso sul cellulare, da quando neanche se lo ricordano e sono abituati a inviarsi in pochi secondi chat e messaggi, almeno quanto noi alla loro età eravamo abituati a fare lunghe telefonate e lunghi discorsi. Tenere a mente che le parole, sul web, tracimano dal vocabolario, escono fuori dalle righe e si fanno colore, video, immagine, suono. E non c’è un canale unico, un solo linguaggio. È proprio questo rumoroso e multiforme incrocio a bucare veramente lo schermo.

Senza mai dimenticare di studiare, e non sembri un paradosso, i classici, i nostri classici. L’attualità e la freschezza di Giuseppe Di Vittorio o di Enrico Berlinguer, che, ogni qual volta li rileggo attentamente, mi accorgo stupito che avevano, nella semplicità e nell’estrema chiarezza dei loro messaggi, tutto quello che serve per comunicare sul web e sfruttarne tutte le potenzialità. Imparare da Antonio Gramsci, che avrebbe molto da insegnare nella comunicazione politica a tutti coloro – non suoni blasfemo – che oggi usano Twitter. Maestro nell’arte di esprimere concetti immensi nella sintesi di poche righe. Giganti che non dimenticavano mai di parlare a tutti e sapevano girare la chiave della comunicazione, accendere la scintilla che incendia l’interesse, la voglia di ascoltare, leggere, imparare e condividere, la leva che ribalta l’ostilità e l’ottusità, quello che banalmente ti fa arrivare in fondo a un pezzo. Semplicemente, l’emozione. Solo così potremmo disinnescare le mine nascoste nelle trame della rete. Perché quella tela bianca sulla quale disegnare il tuo capolavoro in un attimo diventa tela di ragno. Le maglie si allargano e tu resti impigliato e stordito a colpi di fake news e di campagne denigratorie. Il sindacato, lo dicevamo all’inizio, ne sa qualcosa.

E per reagire, il sindacato, in quella terra di mezzo che è il web, deve raccontare le sue storie. Quelle storie che possano rispondere alle domande che spesso sentiamo rivolgerci: dove eravate, a cosa servite, che cosa ci state a fare. Il mondo del lavoro è una fucina di queste storie. In ogni singolo posto di lavoro c’è un delegato che si batte per la giustizia e per i diritti dei suoi rappresentati. In ogni città o piccolo centro una Camera del Lavoro aperta a chiunque abbia un bisogno. In ogni Camera del Lavoro, un ufficio di patronato. Il sindacato è l’ultimo baluardo, un presidio sociale su tutte le trincee che difendono la maggioranza in lotta per il proprio diritto alla felicità. Che siano lavoratori, pensionati, migranti, poveri, donne sotto minaccia, discriminati. Basterebbe ripartire da lì e usare bene il web perché tutto questo e il messaggio che si porta dietro arrivi più lontano possibile. “…anche quando tutto è o pare perduto – scriveva dal carcere Antonio Gramsci in una lettera al fratello Carlo -, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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