La sala d’attesa era quella di seconda classe – Andrea Malpassi

La sala d’attesa era quella di seconda classe, alla Stazione di Bologna, ed il 2 agosto del 1980 c’era il popolo che iniziava le sue vacanze. A 19 anni, Antonella si era appena diplomata a pieni voti. Aspettava, col suo fidanzato, le sorelle di lui: ed era contenta, perché avrebbero trascorso le vacanze tutti insieme e poi lei avrebbe finalmente iniziato a lavorare nello zuccherificio proprio davanti casa. Anche Roberto si era appena diplomato, ragioniere; stava facendo il servizio militare e i genitori –che erano stati in Svizzera molti anni a lavorare nelle fabbriche e nelle miniere- aspettavano la sua telefonata perché sarebbero dovuti andare a prenderlo, una volta ritornato a Arezzo. Manuela invece aveva passato l’esame di quinta elementare e la madre operaia, che d’estate doveva lavorare, l’aveva accompagnata al treno: stava per andare a Dobbiaco, in colonia, per giocare con altri ragazzini di undici anni come lei.

Anna Maria e Carlo la notte prima avevano dormito in macchina; mentre scendevano verso Taranto, avevano tamponato: per la macchina non c’era più nulla da fare, ma non volevano rovinare le vacanze a Luca, il loro bimbo di sei anni che avrebbe voluto passare qualche giorno al mare. Mauro era stato respinto alla frontiera in Inghilterra: cercava lavoro, era stato così ingenuo da dirlo ai poliziotti inglesi che gli negarono il diritto di entrare nell’isola; era un po’ abbattuto, coi suoi 24 anni e poche lire in tasca, mentre aspettava il treno che lo avrebbe riportato troppo presto a Roma.

Giuseppe aveva conosciuto a Rimini delle ragazze straniere parecchio carine: è un sogno, quando hai diciott’anni, fai l’elettricista e a Bari ti aspettano dieci fratelli: a loro avrebbe raccontato quanto erano stati belli, quei pochi giorni di vacanza, e quanto era stato bello accompagnare quelle ragazze fino al treno. Mirella, Franca, Nilla, Katia, Euridia e Rita invece non dovevano partire, ma alla stazione lavoravano nella ristorazione, per garantire a tutti quei passeggeri –stretti nel caldo della sala d’attesa di seconda classe- un panino, un caffè, un bicchiere d’acqua: vedevano gli altri partire, quel due agosto, e probabilmente si consolavano pensando che, presto, sarebbero salite anche loro sopra un treno per andarsene finalmente in vacanza.

La sala d’attesa era quella di seconda classe e quello squarcio nel muro grida incessante ancora oggi che quel giorno i fascisti volevano colpire proprio il popolo. Volevano colpire Bologna, il cuore rosso della rossa Emilia, volevano spaventare, piegare, spazzare via il pilastro portante della nostra fiducia democratica.

La sala d’attesa era quella di seconda classe e quello squarcio nel muro resta aperto, come una ferita, che il 2 agosto di ogni anno torna a sanguinare; che il 2 agosto di ogni anno torna a riecheggiare delle parole di Renato Zangheri, il sindaco di Bologna che –al funerale delle 85 vittime- si rivolse direttamente a Sandro Pertini, il Presidente Partigiano. E al Presidente chiese di non lasciare inascoltata la “speranza desolata” di una città che non si sarebbe mai rassegnata al dolore e all’impotenza; di una città che –davanti alla paura- aveva scelto di scendere immediatamente in strada, soccorrere i feriti, accudire le vittime, ricomporre dignitosamente i morti; di una città che non avrebbe mai scelto “di rimanere chiusa in casa”. Davanti al Presidente e alle salme delle vittime, Zangheri prese l’impegno che Bologna sarebbe rimasta sempre il nerbo del nostro convincimento democratico.

La sala d’attesa era quella di seconda classe e provarono subito a dire che era stata una fuga di gas, una bombola, una caldaia. Ma quel giorno, là intorno alla Stazione di Bologna, c’era tutto l’orrido coacervo della più nera anima italiana. Come raccontarono tutti i difficili processi che seguirono, c’erano Mambro e Fioravanti con le loro facce da spietati ragazzini ricchi, c’era il terrorismo nero e c’era la fitta rete eversiva di Licio Gelli e della P2 e di Gladio. C’erano i servizi segreti cosiddetti “deviati” che hanno provato e ancora provano a depistare e ad insabbiare e c’erano le armi della Banda della Magliana; c’erano gli anni di piombo, la strategia della tensione e la ritorsione dei neofascisti per alcune sentenze sulla strage dell’Italicus. C’era quell’idea tutta fascista che il popolo va colpito e intimidito perché non sia mai libero.

La sala d’attesa era quella di seconda classe perché i fascisti odiano il popolo. Anche quando il popolo, ogni tanto, un po’ se lo dimentica.

Andrea Malpassi

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