Oggi fu emanata la prima legge razziale, fuori dalle scuole insegnanti e studenti ebrei – Ilaria Romeo

Le leggi razziali del 1938 sono senza ombra di dubbio uno dei capitoli più dolorosi della storia del ventennio fascista.

Al Regio decreto legge del 5 settembre 1938 che fissava Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista e a quello del 7 settembre che fissava Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri fa seguito, il 6 ottobre una Dichiarazione sulla razza emessa dal Gran consiglio del fascismo (l’unico gerarca a pronunciarsi contro la Dichiarazione sulla razza sarà Italo Balbo. Altri come Emilio De Bono e Luigi Federzoni esprimeranno riserve generiche, mentre Cesare Maria De Vecchi, la cui moglie era ebrea, diserterà la seduta con una scusa). Tale dichiarazione viene successivamente adottata dallo Stato sempre con un Regio decreto legge che porta la data del 17 novembre dello stesso anno (LE LEGGI ANTIEBRAICHE IN ITALIA DAL 1938 AL 1945).

“E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, candidamente sanciva «La difesa della razza», del 5 agosto 1938 (anno I, numero 1) ripubblicando il Manifesto della razza (o Manifesto degli scienziati razzisti) pubblicato su «Il Giornale d’Italia» il 14 luglio 1938.

Il Regio decreto legge n. 1728 (Provvedimenti per la difesa della razza italiana) stabilirà, nel novembre 1938, il divieto di matrimoni misti tra ebrei e cittadini italiani di razza ariana. Sarà proibito anche prestare servizio militare o come domestici presso famiglie non ebree, possedere aziende con più di 100 dipendenti, essere proprietari di terreni o immobili oltre un certo valore, essere dipendenti di amministrazioni, enti o istituti pubblici, banche di interesse nazionale o imprese private di assicurazione (con la Disciplina dell’esercizio delle professioni da parte di cittadini di razza ebraica del 29 giugno del 1939 verranno imposte limitazioni e divieti anche all’esercizio della professione di giornalista, medico-chirurgo, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore, patrocinatore legale, esercente in economia e commercio, ragioniere, ingegnere, architetto, chimico, agronomo, geometra, perito agrario e perito industriale).

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Ricordava in una bella intervista lo scorso anno Liliana Segre: “Era un giorno di fine estate del 1938. Io ero a tavola con il mio papà e i miei nonni paterni, che poi finirono tutti ad Auschwitz. Ricordo le loro facce. Serie. Tirate. Preoccupate. Mai visti così. ‘Liliana, ti dobbiamo dire una cosa’, mi disse papà. Eravamo a Premeno, alto Lago Maggiore, sopra Verbania. Io avevo 8 anni. Avevo avuto un’estate normale. Mio papà, molto attento alla nostra salute, ci portava ogni anno al mare, a Celle Ligure; poi in montagna, e ogni anno gli piaceva cambiare posto: Macugnaga, San Martino di Castrozza, Bormio… A fine estate, concludevamo le vacanze al lago, a Premeno, luogo per me noiosissimo, in attesa che iniziasse la scuola, che allora apriva il 12 ottobre, giorno della scoperta dell’America da parte – ci insegnava la maestra – dell’italiano Cristoforo Colombo. Era stata per me – bambina che non veniva informata di quello che succedeva nella politica, degli annunci e delle tensioni che agitavano da mesi l’Italia – un’estate normale di una normale famiglia italiana, borghese e agiata. Ma quel giorno le facce di mio padre e dei miei nonni non erano normali, erano diverse dal solito. ‘Ti dobbiamo dire una cosa’, ripetè papà. ‘Non potrai tornare a scuola, a ottobre. Sei stata espulsa’. Io non capivo. Sapevo che ‘espulsa’ era una parola pesante. Per essere ‘espulsi’ bisognava aver fatto qualcosa di grave. Di molto grave. Chiesi a mio padre che cosa avevo fatto, che cosa era successo. Mi rispose che c’erano delle nuove leggi, che le cose erano cambiate, che noi eravamo ebrei e che dunque non sarei potuta tornare alla mia scuola, la Ruffini di Milano, dove avrei dovuto iniziare la terza elementare. Non sarei più stata in classe con le mie compagne e con la mia maestra Bertani. Quel giorno scoprii di essere ebrea”.

All’indomani dell’emanazione della prima delle leggi razziali fasciste a Parigi l’esule Giuseppe Di Vittorio prede in mano la penna e scrive – tra i primi, tra i pochi – elevando alto e forte il suo grido di sdegno:

“Mentre la situazione internazionale si aggrava di ora in ora, sotto le minacce intollerabili degli aggressori fascisti – scrive Di Vittorio – il delirio razzista è giunto al parossismo in Italia. Tutti i mezzi, potentissimi di pressione morale e materiale di cui si è munito il regime, sono stati messi in azione per creare un’atmosfera di pogrom. Nella disonorante campagna di odio contro gli ebrei – contro gli stessi ebrei italiani, che sono nati in Italia, che hanno compiuto il loro servizio militare in Italia, che sono degli onesti cittadini – non vi è ritegno, non vi sono limiti, né pudore. La vigliaccheria garantita dalla protezione senza riserve dello Stato, si ammanta della pelle del leone e si accanisce con estrema ferocia contro i deboli, contro coloro che sono stati spogliati d’ogni diritto e messi al bando come lebbrosi!… Gli ebrei sono divenuti gli ‘untori’ di manzoniana memoria. Nessuno degli omonzoli del regime ha il coraggio civico di dire almeno una parola di moderazione; nessuno di costoro mostra di possedere ad un grado qualsiasi il senso di misura, né sentimenti d’umanità. Al contrario, i gerarchi arricchiti sul sangue e sulle lacrime del popolo, fanno a gara, a chi più può mostrarsi ‘intransigente’, feroce e spietato verso i deboli, gli isolati, i paria, messi nell’impossibilità di reagire e difendersi. Tutti partecipano ‘coraggiosamente’ a questa gara della più abbietta viltà. E quei gerarchi che hanno vissuto alla greppia di ebrei capitalisti, e si sono magari arricchiti, sono oggi fra i più infuriati cacciatori di ebrei; cioè, fra i più vili” (Giuseppe Di Vittorio, In aiuto degli ebrei italiani!, in «La Voce degli italiani», 7 settembre 1938 LEGGI TUTTO).

“Nel 1938 il Governo italiano decise la campagna antisemita: gli ebrei adulti furono cacciati dal lavoro, gli ebrei ragazzi e bambini furono cacciati dalle scuole – racconterà in Questo Novecento Vittorio Foa – La discriminazione colpì ogni aspetto della vita quotidiana. In confronto ai nazisti, che uccidevano scientificamente gli ebrei, i razzisti italiani si limitavano a togliere loro le possibilità materiali di lavoro e di formazione, anche se più tardi i fascisti della Repubblica Sociale Italiana avrebbero dato la caccia agli ebrei per farli uccidere dai tedeschi. In Italia gli ebrei erano come tutti gli italiani: c’erano dei fascisti più o meno accesi, degli indifferenti, degli antifascisti più o meno impegnati. Sono ebreo e soffrivo per quello che succedeva agli ebrei, ai miei fratelli che perdevano il lavoro ed erano costretti a una incerta emigrazione, ai molti che conoscevo e a quella moltitudine che in Italia, e ormai in gran parte d’Europa, era gettata nel buio. Dalla mia cella di Regina Coeli non potevo manifestare la mia protesta se non nelle lettere a mia madre e mio padre” (LEGGI).

Diceva lo scorso anno sempre la senatrice Segre: “Non fu tanto la cattiveria, la crudeltà, l’antisemitismo o tutto il peggio che vogliamo dire che portarono ad Auschwitz. Fu l’indifferenza, quel voltare la faccia dall’altra parte, quel dire: “basta con questi ebrei, ma cosa ce ne importa, non succede a noi” […] A ottanta anni dalle leggi razziali e a settanta dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale non dobbiamo stancarci di operare per costruire una memoria collettiva salda e civile, indispensabile a contrastare quell’ignavia e quell’indifferenza che sempre sono dietro le pagine più nere dell’umanità”.

Parole sulle quali riflettere perché, come diceva primo Levi “Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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