8 settembre ’43, il giorno che cambiò la storia d’Italia – Ilaria Romeo

Il 1943 è nella seconda guerra mondiale l’anno della svolta. In Italia gli scioperi del marzo precedente, il bombardamento di Roma e la caduta del fascismo fanno precipitare la situazione. La guerra è persa su ogni fronte, il governo si arrende e il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati (verrà divulgato il successivo 8 settembre).

Le parole pronunciate con voce ferma dal maresciallo Badoglio alle 19 e 42  dalla sede dell’Eiar, l’allora radio di Stato, sono ormai consegnate ai libri di storia: “Il governo italiano riconosciuta l’impossibilità di continuare un’impari lotta contro le forze soverchianti avversarie e nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo-americane. La richiesta è stata accettata. Conseguentemente, ogni atto di ostilità da parte delle forze italiane contro gli eserciti alleati deve cessare in ogni luogo. Le forze italiane però reagiranno agli attacchi di qualsiasi altra provenienza”.

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Così, il 14 settembre, «L’Alba», giornale dei prigionieri di guerra italiani in Unione sovietica, informa i prigionieri della firma dell’armistizio: “L’Italia si è desta – è il commento di spalla alla notizia – . L’Italia è in piedi. L’Italia combatte per schiacciare il nemico secolare della sua indipendenza. La lotta contro i tedeschi è una lotta sacra, patriottica, dalla quale dipende tutto il futuro d’Italia […]. Il vecchio grido di guerra del Risorgimento torna oggi a essere la parola di raccolta di tutti gli italiani; ‘Va fuori d’Italia! Va fuori straniero!’”.

“L’8 mio padre era a casa dei suoceri, – annota Bruno Trentin sul proprio journal de guerre – mio fratello a casa di amici. Io passeggiavo per caso sulla piazza principale di Treviso. Si era radunata una folla confusa e incerta. Corrono delle voci: la Pace… la Pace!… Voci, ma nessuno ne sa niente. Tutto a un tratto, un uomo compare a un balcone e urla: ‘Italiani! Una grande notizia… Armistizio!… la guerra del fascismo è finita!… Vendetta contro quelli che vi ci hanno trascinato!’. La gente grida di gioia, i soldati si abbracciano, si corre per le strade, si canta. Io, tremante, tesissimo, mi precipito attraverso il dedalo delle viuzze sporche della città bassa e in cinque minuti sono a casa di nonno. Irrompo nella stanza in cui mio padre sta discutendo con alcuni amici; grido: ‘Badoglio ha firmato l’armistizio!’. Mio padre si alza in piedi, grave, senza inutili esplosioni di gioia; si guardano tutti tra loro… È la guerra che comincia!…. La guerra vera per l’Italia vera. Da quel giorno, le nostre volontà: quella di mio padre, di mio fratello e la mia, si sono sforzate di farla, questa guerra, con ogni mezzo”.

“L’Italia finalmente si risveglia! – annoterà ancora sul proprio diario il giovane Trentin – Su tutta la superficie della penisola occupata dagli invasori tedeschi e dai loro degni sicari fascisti, il popolo italiano, quello del 1848, quello di Garibaldi e di Manin è in piedi e lotta […] A partire da ora, i criminali di Matteotti, gli assassini di Amendola, di Rosselli e di tutte le migliaia di eroi che non hanno voluto piegarsi alla loro ignobile tirannia, cominciano a pagare il pesante tributo dei loro crimini [….]”. E poco più avanti: “La guerra è aperta, oramai. Sorda, segreta, ma terribile. È lo spirito dei rivoluzionari che si facevano ammazzare nelle barricate ad animare oramai il popolo del Risorgimento. Dopo aver dormito vent’anni, questo popolo martire fa sentire all’immondo aguzzino in camicia nera tutte le terribili conseguenze del suo risveglio. È in piedi oramai. Lo si era creduto morto, servitore, vile e codardo, e invece è là!”.

Comincia per l’Italia la Resistenza al nazifascismo, una storia fatta di combattimenti, rappresaglie, repressioni, silenzi e grandi eroismi. Una storia fatta da uomini e donne ai e alle quali tutti noi dobbiamo molto.

Luciano Lama l’8 settembre 1943 è in servizio a Borello di Cesena, al comando di un reparto di reclute da addestrare che aveva appena indossato la divisa militare e non erano in grado di fronteggiare i tedeschi. In accordo con i compagni di Cesena prende la decisione di sciogliere il campo e di consegnare tutte le armi e le vettovaglie al comitato antifascista, armi che saranno trasportate in montagna e serviranno per le prime formazioni partigiane.

Alla chiamata della Repubblica di Salò non si presenterà iniziando la sua vita clandestina.

“Perché abbiamo combattuto contro i fascisti e i tedeschi?”- si chiedeva nell’aprile 1978 in pieno rapimento Moro – “Perché abbiamo rischiato la vita, perduto, nelle montagne e nei crocevia delle nostre campagne, nelle piazze delle nostre città migliaia dei nostri compagni e fratelli, i migliori? Perché siamo insorti, con le armi, quando il nemico era più forte di noi? Abbiamo lottato allora per la giustizia e per la democrazia, per cambiare l’Italia, per renderla libera […]”.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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