“L’equilibrio ecologico è una questione ineludibile”, la priorità ambientale nel pensiero di Bruno Trentin – Ilaria Romeo

Nel febbraio del 2000, non molto tempo dopo i fatti di Seattle e il fallimento del vertice del Wto, gli Editori Riuniti davano alle stampe il volume Processo alla crescita. Ambiente, occupazione, giustizia sociale nel mondo neoliberista, a cura di Carla Ravaioli e Bruno Trentin.

Scriveva la giornalista e politica nella nota a cura dell’autore: “Nei numerosissimi pubblici incontri, dibattiti, seminari, convegni, che scandiscono la vita della politica, di destra come di sinistra, moderata o estrema, è molto raro ascoltare qualcuno che, senza esservi in alcun modo sollecitato, dichiari la propria preoccupazione per l’ambiente e sollevi qualche dubbio sulla positività assoluta della crescita produttiva, così come da tutti viene celebrata e invocata a soluzione di ogni nostro male. Se questo accade, per una come me, che da anni del problema ambiente e della critica all’ideologia della crescita ha fatto oggetto centrale della propria riflessione, il desiderio di confrontarsi e discutere con la persona in causa è quasi un riflesso condizionato. Tanto più se si chiama Bruno Trentin […] Nascono così questi incontri tra due persone di sinistra, ma con storie e formazione intellettuale molto diverse, inevitabilmente legate anche a priorità e scale di valori sensibilmente diverse, ma tutt’e due proiettate verso obiettivi che sono sostanzialmente gli stessi. Le quali perciò con la massima libertà si buttano nel più franco scambio di idee, nella discussione senza riserve, fino alla disputa più accesa. Proprio in questa forma «parlata» ed estremamente mossa, abbiamo deciso di pubblicare le nostre conversazioni: praticamente così come si sono svolte e sono state registrate, rielaborate appena quel tanto necessario a farne un testo editabile. Un discorrere aperto, senza un filo conduttore preordinato, ma attraverso una serie di temi, proposti dall’uno o dall’altra, o nati dalla discussione stessa, sovente più volte ripresi nei loro momenti cruciali, soprattutto nei punti di dissenso, anche muovendo da materie apparentemente lontane ma sempre riconducibili all’oggetto di partenza”.

Sul tema “ecologia” afferma Trentin: “Io voglio soprattutto chiarire la mia posizione rispetto al movimento ecologista. La battaglia degli ambientalisti ha costituito un momento di rottura salutare nelle culture della sinistra: mettendo in questione – così come lo hanno fatto i movimenti femministi – uno storicismo dogmatico che si identificava con le forme assunte dallo sviluppo economico, dall’organizzazione del lavoro, dall’evoluzione delle forze produttive, come dati immodificabili, iscritti nella storia con le loro tappe ineluttabili. Ogni tentativo di mutare questa impostazione veniva considerato utopistico e reazionario insieme. L’aver posto con forza la questione dei limiti dello sviluppo e la necessità di subordinare la qualità economica alla salvaguardia e al recupero degli equilibri ecologici, come questioni ineludibili dell’oggi, è stato un grande merito dell’ambientalismo; un merito che va al di là delle specifiche questioni pur fondamentali dell’ambiente. Ma un limite molto frequente delle culture ecologiste, e forse anche una delle cause della loro condizione spesso minoritaria, è rappresentato a mio avviso dalla loro difficoltà a collegarsi con le tematiche della liberazione del lavoro umano, della difesa della salute e dell’integrità psicofisica delle persone che lavorano e che sono in definitiva le prime vittime del degrado ambientale. Non aver saputo in molti casi far convergere le loro lotte con quelle dei lavoratori, per un fine che è oggettivamente comune, ha finito per allontanare dall’azione per la difesa della natura un soggetto fondamentale: i lavoratori […] La domanda da porci è come cambiare. Come farlo mediante un processo democratico, capace di modificare il rapporto tra governanti e governati. Certo che una più equa distribuzione della ricchezza tra il Nord e il Sud del mondo sarebbe auspicabile, ma nell’attesa che questo sogno diventi realtà, mi sembra difficile impedire che ai paesi in via di sviluppo venga assicurata non solo la sopravvivenza, ma anche la possibilità di un minimo di benessere. Dunque scontando che almeno per alcuni beni fondamentali una certa crescita debba aver luogo. Naturalmente il problema è quale tipo di crescita, quale sviluppo. È facile immaginare il drammatico dissesto dell’intero pianeta se tutti i poveri del mondo raggiungessero tassi di motorizzazione individuale pari a quelli dell’Occidente. Ma tecnologie più avanzate, che consentano risparmio di energia e materie prime, possono prospettare ipotesi diverse. E d’altronde un diverso approccio allo sviluppo si fonda non solo sull’intelligenza creatrice, che inventa nuove tecniche e nuovi prodotti, ma anche sull’intelligenza di chi li gestisce […] Quello che mi interessa è mettere a fuoco degli strumenti che si pongano di raggiungere determinati obiettivi, a difesa delle esigenze dell’ambiente e di tutte le altre che una civiltà in evoluzione comporta, e che siano in grado di farlo salvaguardando i rapporti democratici. La denuncia senza l’indicazione di strumenti concreti, capaci di superarne le ragioni, mi preoccupa […] occorre trovare degli strumenti compatibili con la ragione democratica […] quello che manca nelle sinistre è una cultura della proposta. In tutto il mondo la sinistra è sempre stata divisa tra la cultura della protesta e la cultura governativa. Si protesta finché non si è al governo, e quando si arriva al governo si amministra l’esistente. Una seria cultura della proposta significa fare i conti con il possibile. Tassare chi inquina è una proposta concreta. Una politica fiscale selettiva, che penalizzi certe produzioni a rischio, sarebbe un modo molto concreto di premere sulle scelte di investimento anche delle multinazionali. Spesso, è vero, le grandi società tendono a bloccare innovazioni che compromettono una produzione ancora lucrativa. Ci son voluti dieci anni in Italia per imporre l’obbligo della marmitta catalitica, ma ci siamo riusciti. È stato un piccolo passo avanti. Se ne possono fare molti altri. Dall’auto elettrica ai servizi collettivi, all’enorme futuro che si apre alle biotecnologie […] Tutte le invenzioni presentano dei problemi. Io sono comunque convinto che le biotecnologie siano uno strumento eccezionale per liberare l’umanità dal bisogno, e anche per rompere certi monopoli. Per me questa è la strada, non esistono scorciatoie. Tu parlavi di competitività. Voglio fare ancora l’avvocato del diavolo e domandare: quale competitività? Perché c’è una competitività che tende a inseguire le economie del Terzo mondo, per ridurre sul loro esempio il costo del lavoro, tagliando i salari dei giovani e, perché no, anche degli immigrati, come suggerisce il sindaco Albertini. E questa è una competitività che porta in rovina la società intera, anche perché, mentre rinunciamo a competere sul fronte delle alte tecnologie, non riusciremo mai a competere con i costi rumeni o indonesiani. Ma c’è un altro modo di competere, quello di investire in ricerca, in formazione, in lavoro intelligente, per produrre beni immateriali, che oggi possono giocare un ruolo decisivo nei confronti della difesa dell’ambiente”.

Per il problema ambientale – prosegue Trentin – è una corsa contro il tempo. I guasti sono già oggi tali da farci dubitare di riuscire a salvare l’equilibrio ecologico con il tipo di trasformazione di cui parlo. E però sono convinto che questa sia la via obbligata. Le altre sono o velleitarie o autoritarie. Riciclare la carta, selezionare i rifiuti, riorganizzare i centri storici, promuovere l’uso della bicicletta e del trasporto collettivo, che è meno inquinante e molto più economico dell’automobile. Per questo ci siamo battuti in passato per l’auto elettrica, che non inquina e in questo senso rappresenta un salto di qualità positivo, e che può diventare anche un mezzo di consumo collettivo e non solo individuale, anche perché è ancora molto costosa. È partendo dalla produzione che si possono creare dei circuiti alternativi, e contrapporre consumi a consumi, cioè proporre consumi diversi che offrano delle convenienze vere, delle convenienze sentite come tali dalla cultura prevalente, questo è il punto. E se sono convenienze che interessano gran parte della popolazione, anche gli spazi per il consumo dimostrativo, quello legato all’imitazione, e che spesso seduce anche con le apparenze ingannevoli della trasgressione, vengono a ridursi […] Non vedo una soluzione perfetta ma se mi guardo intorno vedo dei tracciati, delle frecce indicative che dimostrano la possibilità di fare altre cose. Vedo l’Olanda, con una fitta rete di piste ciclabili, e biciclette che si possono prendere in un posto e lasciare in un altro. Vedo la Svezia, che mette in campo pratiche di valorizzazione di esperienze individuali nel campo dello sport e del turismo, che soprattutto tenta una trasformazione dell’assistenza sociale in servizi molto personalizzati. O la Danimarca, dove l’assistenza ai bambini malati viene affiancata da un aiuto per il recupero dell’anno scolastico, il tutto – bada bene – finanziato da una collettività consenziente e partecipe”.

“È allora facile capire come a Seattle soggetti tanto diversi abbiano potuto sentirsi vicini, e identificare nel Wto il «nemico comune» – scrive nelle conclusioni del dicembre 1999 Carla Ravaioli – Perché la liberalizzazione totale degli scambi su scala planetaria, affidata alla corsa mortale della competitività, e dunque alla crescita indiscriminata della produttività e del profitto, non può non travolgere, come semplici impacci, i diritti del lavoro, le ragioni dell’ambiente, i dubbi sulle attività transgeniche, le istanze sociali di ogni tipo. Non può non produrre cioè i mille diversissimi problemi convenuti a Seattle. In che modo risolverli Seattle non lo ha detto, né certo poteva. Ha però mostrato l’esistenza di quella base democratica di cui in questo libro più volte si dichiara la necessità. Una base dalla quale si possa legittimamente attendere seguito e risposta quando si pongano interrogativi radicali. Quando ci si domandi ad esempio quale titolo abbia l’attuale sistema socioeconomico per essere dato come «naturale» e perciò privo di alternative. Oppure perché mai l’economia e le sue «leggi» debbano imporsi al mondo come istanza sovrana, sbaragliando la politica, aggirando gli istituti democratici, ignorando i bisogni della società. Dopo Seattle insomma dire queste cose non sarà più la predica nel deserto temuta da Trentin? E ci si potrà perfino illudere che incomincino a dirle anche le sini-stre al potere? E magari, perché no, spingersi fino a sperare di non morire neoliberisti? Non ci sono risposte, ovviamente. Ma mentre scrivo queste righe, a Giacarta, tra i dipendenti della Nike, una delle transnazionali accusate di violazione dei diritti del lavoro, è in corso un grande sciopero”.

E mentre io scrivo queste righe l’Italia è invasa da una moltitudine colorata di ragazzi che hanno dato vita questa mattina al Terzo sciopero globale per il clima.

Sono giovani, impegnati, resistenti, bellissimi!

Ed un pensiero mi passa per la testa, Forse la vita non è stata tutta persa, Forse qualcosa s’è salvato, Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato, Forse era giusto così, Forse ma, forse ma sì….

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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