Buon compleanno Cgil

La Confederazione generale del lavoro (CGdL) nasce al primo Congresso di Milano del 29 settembre – 1° ottobre 1906: cinquecento delegati, in rappresentanza di 700 leghe per un totale di 250 mila iscritti ne proclamano la costituzione.

Diceva su Lavoro Giuseppe Di Vittorio in occasione del 50° anniversario della fondazione:

“Questo numero di Lavoro è dedicato alla celebrazione del cinquantesimo anniversario della fondazione della Confederazione Generale del Lavoro, della quale la nostra CGIL rappresenta la continuità storica. La costituzione della CGdL, nel lontano ottobre del 1906, fu salutata dalla parte più avanzata della classe operaia come una grande conquista, che accese nei cuori di milioni di lavoratori nuove speranze di progresso sociale, aprendo più largamente la strada a grandi lotte liberatrici dalla miseria e da svariate forme di servaggio che ancora sopravvivevano, specialmente nelle campagne. Con la costituzione della CGdL, la classe operaia italiana dava forma concreta al principio della identità fondamentale di interessi e di destino dei lavoratori di tutte le categorie e professioni. Da questa premessa sorgeva la necessità d’una organizzazione alla quale facessero capo tutti i sindacati, per garantirne l’unità di orientamento e di lotta, per praticare ogni volta che fosse necessario il reciproco aiuto fra i sindacati dei vari settori del lavoro, per rendere vivente e operante il principio della solidarietà di tutti i lavoratori, sulla base della parola d’ordine: «tutti per uno, uno per tutti!». Con la nascita della CGdL, la classe operaia italiana entrava in una fase nuova della sua storia, giungeva a uno stadio più avanzato della sua organizzazione, della sua coscienza di classe e delle sue lotte. La nascita della CGdL coronava una serie di sforzi compiuti nei decenni precedenti, volti a dare il necessario sviluppo al movimento sindacale italiano, prima su scala locale e provinciale, poi su scala nazionale e internazionale […].

 Nel 1891 sorgono le prime Camere del Lavoro, nelle due principali capitali proletarie d’Italia: Milano e Torino, seguite poco dopo da numerose altre città d’Italia. Era la prima tappa dell’organizzazione unitaria delle varie categorie, su scala locale e provinciale. Ma questo non bastava; bisognava allargare questa forma superiore di organizzazione di classe a tutta la nazione. Si giunse così al primo Congresso di tutte le camere del lavoro d’Italia, il 1° luglio 1893, che si costituivano in Federazione formando il Comitato nazionale della Resistenza col compito di: «promuovere la difesa degli interessi dei lavoratori, in tutte le contingenze della loro vita, realizzare un contatto permanente fra tutti i lavoratori, organizzare il collocamento professionale, il mutuo appoggio … e di allacciare le camere del lavoro d’Italia al movimento internazionale».

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 Fin da quel tempo, dunque, il movimento sindacale italiano affermava la sua piena adesione al principio dell’internazionalismo proletario e la sua volontà di partecipare attivamente all’organizzazione internazionale dei lavoratori. Negli anni seguenti andò sempre crescendo il numero delle camere del lavoro e sorsero le principali Federazioni nazionali di categoria: la FIOM, la FIOT, la FIOC, la Federazione del libro, la Federterra, ecc. ecc. Il Comitato nazionale della Resistenza non era più sufficiente a garantire la direzione di tutto il movimento, in crescente sviluppo. Si giunse così alla creazione della CGdL, che segnò un passo avanti di portata storica del movimento sindacale italiano.

 Per dare un’idea delle grandi conquiste conseguite dall’organizzazione sindacale italiana, in tanti anni di lotte basti pensare che si era partiti da queste due rivendicazioni elementari: ottenere una tariffa (cioè un salario contrattato dal sindacato e prestabilito, al posto del salario fissato di proprio arbitrio dal padrone); ottenere le 12 ore di lavoro, invece delle 14 a anche 16 ore che si lavorava prima, secondo il «buon cuore» del padrone… Nel confronto tra quelle prime rivendicazioni – che all’epoca sembravano eccessive e «troppo rivoluzionarie» al padronato – alle condizioni di oggi (che pur sono tutt’altro che soddisfacenti), gli operai delle giovani generazioni trovano materia sufficiente per considerare quale grande e glorioso cammino è stato compiuto dal nostro movimento sindacale. Attraverso le conquiste sindacali, realizzate nelle alterne vicende d’una lotta dura ed asperrima, che ha richiesto grandi sacrifici, i lavoratori italiani sono riusciti a migliorare notevolmente il proprio livello di vita, a imporre un ben altro rispetto della propria dignità professionale e umana, a elevare gradualmente la propria coscienza di classe, ad accumulare tesori di esperienza, ad assurgere a classe che rivendica a giusto titolo la propria partecipazione alla direzione dello Stato.

 A misura che avanzava il movimento sindacale, si sviluppavano le lotte e si strappavano nuovi miglioramenti economici e sociali, il pigro capitalismo italiano veniva scosso dal suo letargo: le conquiste operaie forzavano il progresso tecnico e lo sviluppo produttivo, come la conquista dell’imponibile dei braccianti agricoli forzava le trasformazioni fondiarie, il prosciugamento di vaste paludi (già fonti di malaria e di miseria) e la messa in valore di grandi estensioni di terre incolte. Tutta la società era scossa dalle conquiste operaie e spinta in avanti. La classe operaia ha esercitato e continua ad esercitare con efficacia la sua funzione di stimolo allo sviluppo produttivo e al progresso sociale e civile di tutta la società nazionale. E’ un titolo indelebile di gloria della vecchia Confederazione Generale del Lavoro, di aver diretto questo grande movimento di rinnovamento sociale.

 Un esame critico dell’azione svolta dal gruppo dirigente della vecchia CGdL, in gran parte della corrente riformista ci condurrebbe a rilevare gravi errori e deficienze, alcuni dei quali erano forse inevitabili in quell’epoca. Ma nel momento in cui celebriamo il cinquantenario della vecchia e gloriosa CGdL, desideriamo mettere sopratutto in luce gli aspetti positivi della grande funzione alla quale i vecchi dirigenti hanno assolto. Al disopra d’ogni preconcetto di parte, tutti i lavoratori e i dirigenti sindacali devono nutrire un senso di profonda gratitudine e riconoscenza verso i pionieri del movimento sindacale italiano, che furono i creatori e i primi dirigenti della CGdL, da Angelo Cabrini a Rinaldo Rigola, da Ludovico D’Aragona al grande martire dell’unita sindacale e della Resistenza italiana, Bruno Buozzi, i quali aprirono la strada allo sviluppo del movimento e ci trasmisero una preziosa esperienza.

 Tocca a noi utilizzare quella esperienza, sceverando gli aspetti positivi da quelli negativi, ai fini dello sviluppo ulteriore del movimento. Oggi i lavoratori italiani sono di fronte a problemi nuovi e vasti,  di carattere sindacale e sociale, che pongono ai sindacati compiti nuovi di pia ampia portata. La soluzione positiva di questi problemi, per i lavoratori e per lo sviluppo democratico del paese, e i compiti nuovi che ne derivano, esigono un allargamento incessante dell’unita d’azione e la sua costante sistematicità, che possa culminare nell’unità sindacale organica, secondo la giusta impostazione largamente unitaria data a questo problema dall’ultima sessione del Comitato esecutivo della CGIL. Questa linea di politica unitaria comporta, per tutti i nostri aderenti l’impegno di applicarla fedelmente, nel corso di tutta la loro attività, moltiplicando ovunque le iniziative unitarie”.

Aggiungerà esattamente cinquanta anni più tardi, in occasione del 100° anniversario della fondazione, Guglielmo Epifani: “Il 1° ottobre del 1906 nei locali della Camera del lavoro, al termine del Congresso delle organizzazioni di Resistenza, i cinquecento delegati presenti in rappresentanza di oltre duecentomila iscritti decidevano a maggioranza, con il voto contrario dei delegati rivoluzionari – che avrebbero poi abbandonato il Congresso – di costituire in Italia la Confederazione Generale del Lavoro, affidandole la direzione generale assoluta del movimento proletario, industriale e contadino al di sopra di qualsiasi distinzione politica. Quel soggetto confederale, che nasce quel giorno è altro e più delle rappresentanze di categoria, professione, arte e mestiere e del mutualismo delle origini. Non è altro perché diverso e non è più perché sovraordinato. Ma perché l’identità confederale richiede inevitabilmente una ricerca permanente di valori e politiche di unità, partendo dalle differenze; e un’idea alta di autonomia comunque espressa nelle alterne fasi che hanno segnato la storia dei rapporti fra partiti e sindacati. Solo un sindacato confederale – quello di ieri e quello di oggi – può tenere unite, dentro di sé, le ragioni dei lavoratori della terra a quelli dell’industria, quelli pubblici e quelli privati, quelli del sud e quelli del nord, gli emigranti e gli immigrati, i giovani che studiano, i disoccupati, gli anziani ed i pensionati. Tutto, proprio tutto, della vita centenaria del sindacato italiano sta qui, in quell’atto, in quella scelta, in quell’inizio. In quell’idea – come ci ricorda Vittorio Foa – per la quale battendosi per i propri diritti si pensa insieme sempre ai diritti degli altri”.

Del resto, affermava qualche anno prima Bruno Trentin, “lavorare per la Cgil e nella Cgil non è un mestiere come un altro, ma può essere, può diventare una ragione di vita”.

“Posso garantirvi – diceva ormai qualche mese fa nel momento dell’elezione a segretario generale della Cgil Maurizio Landini – che la Cgil mi ha fatto innamorare e che ho imparato a voler bene a tutti quelli che, come noi, per vivere hanno bisogno di lavorare. Ho imparato tanto dalla loro dignità e continuo a credere che questa società che sfrutta le persone, che le mercifica, sia una società che si deve combattere, che non possiamo accettare, che dobbiamo trasformare insieme. Ma non domani. Qui e ora. Questa causa val bene un impegno, val bene un rischio, val bene una vita”.

Buon 113° compleanno Cgil, mille di questi giorni!

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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