Con le combattenti curde senza se e senza ma – Susanna Camusso

Hevrin Khalaf, barbaramente trucidata, è indubbiamente la fotografia brutale di quanto è stato scatenato dall’invasione turca nella regione del Rojava; infatti determina, volutamente, anche lo sdoganamento di quella galassia di milizie ed organizzazioni che ruotano intorno a Daesh.

Il volto di Hevrin è un volto noto, l’abbiamo tante volte vista nelle sue missioni, come tra le sue compagne in armi.

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Scorrono nella mia mente le migliaia di immagini in genere sorridenti delle donne curde, simbolo nella comunicazione occidentale della vera resistenza al cosiddetto stato Islamico, era stata nei fatti una delega del mondo occidentale ricambiata dal festeggiare i loro successi.

Quelle immagini alimentavano l’ammirazione, ed anche lo stupore, per la loro forza, tenacia e determinazione nel combattere un nemico, che aveva in particolare in odio proprio la loro libertà di donne. Ben sapevano che se catturate la loro sorte sarebbe stata peggio della sola morte.

Loro, le donne yazide, curde, cristiane, di quei territori erano esposte ai rapimenti, per loro era pronto un destino di schiavitu e sottomissione, stupro e violenza erano le armi per ottenere fedeltà e conversione.

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Eppure le donne curde hanno costruito il loro esercito, con i loro compagni hanno combattuto e sconfitto il nemico pagando prezzi altissimi e contemporaneamente progettato ed attuato una società libera, democratica, paritaria, autodeterminata.

Hanno tra le macerie e la resistenza immaginato come dare futuro a popoli senza terra riconosciuta, perseguitati e traditi tante volte, che invece insegnano convivenza, eguaglianza e libertà.

Hanno smontato tanta retorica, pregiudizi e stereotipi, insegnato pacifismo combattendo per la libertà, che non c’è un prima e un dopo tra uguaglianza e libertà.

Hevrin era ambasciatrice di un modello di democrazia paritaria, di cui parliamo in occidente da tempo infinito, senza passi in avanti, mentre loro la praticavano. Partecipazione, condivisione, democrazia, componenti essenziali di quella libertà conquistata in armi.

Una libertà che hanno conquistato anche per noi, sconfiggendo un nemico che seminava morte e terrore anche in Europa.

L’invasione vuole produrre un’ignobile operazione di sostituzione etnica, ma sarà bene ammetterlo vuole anche cancellare un modello democratico, una scelta di parità e libertà delle donne.

E noi? Noi li stiamo tradendo di nuovo, gigantesca ingratitudine e drammatica miopia.

Miopia perché non saremo immuni, ingratitudine perché fingiamo di non sapere che la nostra pace è stata costruita da loro, miopia perché abbiamo fornito le armi all’invasore, perché scegliamo i dittatori rispetto alla democrazia e all’auto determinazione.

È una nuova occasione, per noi vecchio Occidente, di scegliere da che parte stare, di vedere che la libertà delle donne è un metro di misura della democrazia.

Tante occasioni nella storia sono state perse, ed ogni volta tutte e tutti abbiamo pagato il prezzo.

Si può, non è tardi, non commettere gli stessi errori, si può scegliere di fermare la vendita di armi, ed è insopportabile che il nostro governo non decida, si può decidere che il “proporzionato” pronunciato dal segretario della nato non rappresenta i paesi dell’alleanza, si può decidere la no fly zone, si può, bisogna volere.

Non farlo è la certezza di una vergogna incancellabile.

Per tutto questo non solo per necessaria solidarietà serve la voce di tutte e tutti; serve sapere che la nostra libertà non sarà la stessa senza la loro.

Susanna Camusso, Responsabile politiche di genere e politiche internazionali Cgil

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