Braccianti e mezzadri, un esempio di contrattazione inclusiva nella storia del sindacato – Stefano Bartolini

Spesso ci ripetiamo che dobbiamo guardare alla nostra storia, conservare la memoria, consapevoli che in quel passato è racchiuso un patrimonio di valori e pratiche importanti, da preservare. La storia della Cgil non è cioè un museo, una sorta di luogo in cui entriamo per ammirare cosa viene conservato nelle teche con un senso di nostalgia. Al contrario, la storia del sindacato è in grado di fornirci gli strumenti per agire e scardinare il presente, fabbricando competenze utili al fare sindacato oggi. Come nel caso della contrattazione inclusiva, su cui oggi discutiamo molto nella consapevolezza che, oggi come ieri, l’unità del lavoro e dei lavoratori è la premessa della nostra azione emancipatrice.

Su questo tema la storia sindacale è ricca di spunti, di esempi capaci di farci cogliere l’importanza dell’inclusione, della costruzione di alleanze fra i lavoratori e le lavoratrici impegnati negli stessi processi produttivi ma con ruoli e posizioni differenziate. Infatti, il pericolo della divisione è sempre stato un rischio contro cui l’agire sindacale si è dovuto incessantemente confrontare, adeguando di volta in volta le proprie pratiche ai nuovi contesti ma conservando lo spirito confederale originario che sta alla base della nostra organizzazione.

Nella storia possiamo pertanto trovare riferimenti e suggestioni utili per modellare, sulla scorta di quanto già fatto, una nuova cassetta degli attrezzi adatta alle mutate condizioni del mondo del lavoro.

E’ il caso di una vicenda poco nota, ma di grande interesse per quanto attiene l’inclusione e la costruzione di alleanze fra i lavoratori, che vide come protagonisti i braccianti e i mezzadri nell’Italia del secondo dopoguerra.

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Il mezzadro era una figura intermedia, subordinata e subalterna ma non salariata. Propendeva a una sua forma di imprenditoria familiare, teneva in gran conto della sua autonomia lavorativa, contrapposta alla dipendenza dei braccianti e – fino a quanto non diventarono più ricchi di lui – degli operai, che dovevano sottostare a rigide direttive. Nonostante tutte le difficoltà il movimento sindacale riuscì ad attivare queste figure, superando anche le difficoltà ideologiche, a rappresentarle, a individuare punti su cui contrattare insieme a punti su cui chiedere una riforma, conciliando politica e contrattazione, modalità di azione da dipendenti con le loro condizioni specifiche, inventandosi modi di scioperare inediti che riuscissero a far sì che non si danneggiassero da soli, o comunque in grado di portare i proprietari al confronto.

Benché in linea teorica il patto colonico prevedesse una sorta di società tra i due contraenti, il padrone del fondo e la famiglia mezzadrile, i rapporti di potere ponevano il mezzadro in una posizione subordinata. Fu così che nei secoli si formarono e si cristallizzarono una serie di “consuetudini” che rendevano il padrone arbitro assoluto della vita della famiglia mezzadrile, sopra alle quali pendeva la spada della disdetta, del mancato rinnovo del contratto di lavoro a mezzadria, che in un colpo solo privava la famiglia di casa e lavoro, contenendo insieme tanto lo sfratto che il licenziamento.

Questo contesto permise il perpetuarsi, fino a dopo la seconda guerra mondiale, di pratiche e prestazioni dal sapore feudale, come le servitù e le regalie. Il padrone costringeva il mezzadro, senza compenso, a trasportare i prodotti alla villa padronale, oppure al frantoio o alle cantine, obbligava le donne a fargli il bucato, pretendeva lavori di corvée, come lo scavo delle fosse per le viti. Laddove il mezzadro necessitava di manodopera aggiuntiva, come per la battitura del grano, il padrone, con l’argomento che era un compito della famiglia, si rifiutava di pagare gli eventuali braccianti, che andavano a carico del mezzadro. Da qui la pratica dello “scambio d’opere” tra le famiglie mezzadrili, una pratica di auto-aiuto reciproco, che però irritava i braccianti assetati di lavoro, che proprio nei momenti del picco produttivo agricolo trovavano quell’occupazione di cui erano letteralmente “affamati”. Da qui il permanere secolare di un conflitto tra le due categorie, con le famiglie mezzadrili intente a ricercare economie produttive e pratiche mutualistiche e i braccianti che dal canto loro vedevano proprio nei tanti lavori di cui necessitavano i poderi, esorbitanti le possibilità delle singole famiglie mezzadrili, una possibilità di impiego.

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Il punto per il sindacato era riuscire a fare una contrattazione che unificasse i braccianti ai mezzadri, collegandone le rivendicazioni. Non era un compito facile. Gli agrari conoscevano gli interessi contrastanti e sapevano sfruttarli per alimentare le divisioni. Tuttavia, con l’accordo di “Tregua mezzadrile” (per porre fine alle forti lotte della categoria) firmato fra la Confederterra, la Coldiretti e la Confida nel 1947 e convertito in legge nel 1948, si aprì uno spazio da sfruttare. Al punto 2 veniva stabilito che «il ricavato del 4% della produzione lorda vendibile del podere, da prelevarsi sulla parte padronale, verrà impiegato per opere di miglioria nell’azienda da fare eseguire da operai agricoli della zona preferibilmente nel periodo invernale di massima disoccupazione».

Finalmente, le lotte dei mezzadri per non essere costretti a svolgere senza compenso i lavori di miglioramento e manutenzione straordinaria dei poderi incontravano le richieste di lavoro dei braccianti e degli edili disoccupati, ponendo le premesse per un ulteriore allargamento delle rivendicazioni in comune, come l’assunzione di manodopera bracciantile al posto dello scambio d’opera, che alleviava le famiglie mezzadrili dal lavoro su tutti i poderi della fattoria, potendosi limitare solo al proprio, e procurava occupazione per i braccianti.

Immediatamente, nei confronti delle fattorie si organizzò un movimento vasto, mettendo insieme i mezzadri, i braccianti disoccupati e la popolazione dei paesi di campagna. In diversi casi la Federmezzadri riuscì a far impiegare i disoccupati in lavori di miglioria nelle fattorie. La nuova piattaforma rivendicativa faceva così leva sull’insediamento territoriale e comunitario del sindacato, e poteva usare come arma anche quella dello sciopero a rovescio, invitando i braccianti a lavorare rimettendo poi il conto ai proprietari. In caso di rifiuto nei pagamenti si organizzavano scioperi veri e propri, portando intere famiglie e gli animali di proprietà padronale ma accuditi dai mezzadri davanti alle ville dei concedenti, cinte da pacifici assedi, traduzione rurale dei picchetti alle fabbriche. Un approccio inclusivo, che permetteva di superare la divisione puntando a un miglioramento generale delle condizioni di vita e di lavoro.

Una piccola storia, che però ci dimostra come il farsi carico della rappresentanza generale del mondo del lavoro subalterno, indipendentemente dall’inquadramento, unita a una puntuale conoscenza dell’organizzazione del lavoro, dei bisogni e delle aspirazioni dei lavoratori, costituisca, nelle filiere produttive e nei territori di riferimento, una grande forza da mettere in campo.

Stefano Bartolini, Fondazione Valore Lavoro e Archivio Storico Cgil Pistoia

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