Ex Ilva, l’azienda chiede 5000 licenziamenti. Da governo e sindacati un coro di no

Ieri a Palazzo Chigi Arcelor Mittal ha svelato il volto più feroce del capitalismo multinazionale. Altro che scudo penale, sul quale, pure, va detto che il governo si è comportato come un dilettante allo sbaraglio, togliendo, mettendo e di nuovo togliendo l’immunità prevista e pretesa dal gruppo franco indiano e fornendogli, di fatto, una pistola carica con la quale aprire il fuoco.

La questione vera è una richiesta di esubero di 5000 lavoratori. Inaccettabile per il presidente del consiglio Giuseppe Conte. Legittima, invece, per mister Mittal, che l’ha motivata con la situazione contingente di mercato che, tra calo del prezzo dell’acciaio e guerra dei dazi, rende impossibile garantirgli, con gli attuali livelli occupazionali, margini di guadagno soddisfacenti. E tanti saluti al piano industriale sottoscritto il 6 settembre 2018 al Ministero dello Sviluppo Economico con governo e sindacati.

Terra di scorribande. Questo è diventato il nostro Paese per il resto del mondo. Terra di accordi scritti sull’acqua. Appena il tempo delle foto e delle dichiarazioni di rito e poi via a stracciare qualsiasi intesa, a seconda delle convenienze o delle strategie da mettere in campo. Ci eravamo appena ripresi da una storia simile, quella di Whirlpool e dell’accordo sottoscritto il 25 ottobre 2018 e poi disatteso fino alla chiusura dello stabilimento di Napoli, schivata solo all’ultima curva. Ma questo eterno giorno della marmotta del quale è ormai prigioniera la nostra industria, è iniziato di nuovo da lì, da dove si era appena interrotto. Da un altro piano industriale firmato e poi disatteso. Stavolta nel mirino l’ex Ilva. 5000 esuberi, famiglie che potrebbero finire sul lastrico, per stare solo ai dipendenti diretti. Migliaia quelli che potrebbero pagare questo ridimensionamento nell’indotto. E una produzione a rischio, quella strategica dell’acciaio, fondamentale per l’approvvigionamento delle industrie del nostro Paese, che resta comunque la seconda  manifattura d’Europa. Automobili, treni, navi, aerei, elettrodomestici, tutti prodotti che traggono linfa vitale dalla siderurgia e che, in un domani senza Ilva o con un’Ilva dimezzata, potrebbero essere costretti a comprarlo all’estero l’acciaio, con l’aggravio di costi che questo comporterebbe. Senza contare quel risanamento ambientale, atteso da 50 anni in una città, quella di Taranto, inquinata dal polverino di minerale che, ricoprendo i quartieri confinanti con l’area siderurgica, è il responsabile di un’incidenza di tumori infantili fuori controllo rispetto a qualsiasi media statistica.

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Un terremoto industriale ed economico che diventa sociale. Perché Arcelor Mittal aveva riportato speranza tra i lavoratori e i cittadini coinvolti, impegnandosi in quel 6 di settembre, appena 14 mesi fa, a mantenere i livelli occupazionali e a investire su produzione e bonifica per superare, una volta per tutte, lo scandalo ambientale e sanitario rimasto impunito per decenni. Ma forse voleva solo strappare alla concorrenza la disponibilità del più grande polo europeo e, una volta vinta la gara, liberarsene con qualsiasi pretesto, distruggendo definitivamente la nostra reputazione.

Pacta servanda sunt, i patti vanno rispettati. Così recita lo storico striscione che da anni apre i cortei delle tute blu dell’Ilva di Genova. I patti vanno rispettati, sì. Peccato che i padroni, alla fine di tutto, restano sempre padroni.

Fortebraccio News

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