Salviamo industria e lavoro o non ci resterà più nulla – Giuseppe Sabella

Quello che sta avvenendo in queste ore drammatiche per l’industria e per il lavoro è noto a tutti. Del caso Ilva, in particolare, da giorni se ne occupano anche i telegiornali aprendo le loro edizioni con le immagini che arrivano da Taranto. Significa che il caso ha raggiunto altissimi livelli di popolarità.

Nelle settimane precedenti, benché le avvisaglie non mancassero, ancora non vi era questa attenzione sulla ex Ilva, ma gli stessi Tg non mancavano di darci aggiornamenti su quel capitolo che nei rotocalchi TV e della stampa ricade sotto il nome “crisi aziendali” di cui, per altro, il caso Ilva – oltre ai noti Whirlpool, Alitalia, Embraco, IIA, Pernigotti, etc. – è il più pesante e preoccupante.

La vicenda è esplosa a seguito della revoca dello scudo penale che è sicuramente elemento importante, ma la questione di fondo che apre questa crisi drammatica è la volontà di Arcelor Mittal di rivedere i propri impegni con il nostro Paese.

La crisi del settore auto e l’acciaio che arriva da Cina e Turchia a costi nettamente più bassi, stanno comportando una forte contrazione per le esportazioni e la produzione italiana. A questo proposito, Federacciai ha stimato che nel 2018 in Italia si sono prodotte 24,5 milioni di tonnellate di acciaio: l’Italia è il secondo produttore europeo e il decimo tra quelli mondiali. Da gennaio ad agosto 2019 l’Italia ha avuto un calo del 4,5% della produzione rispetto allo stesso periodo del 2018, attestandosi a 15,4 milioni di tonnellate di acciaio – si tratta di un calo generalizzato di oltre 700mila tonnellate – e uscendo dalla classifica dei primi dieci produttori mondiali.

Venendo ad Arcelor Mittal, anche secondo fonti sindacali, l’azienda perde 2 milioni di euro al giorno ed entro fine anno riuscirà a produrre solo 4,5 milioni di tonnellate invece delle 6 previste dal Piano industriale. Non a caso è già stata prolungata la cassa integrazione per circa 1.300 lavoratori fino a dicembre 2019 e ora Mittal chiede all’esecutivo una ristrutturazione importante che coinvolge 5.000 lavoratori. Queste oscillazioni del mercato nel loro impatto su un’organizzazione complessa come l’industria sono fattori che, in momenti ordinari, vengono gestiti. Ma, prima di tutto, sarebbe interessante che Governo e sindacati riferissero circa l’andamento degli impegni dell’azienda: è tutto conforme agli accordi per quanto riguarda recupero del territorio e riconversione del sito?

Tuttavia, nell’attesa che al più presto si possano trovare soluzioni per far ripartire la ex Ilva e non lasciare solo nessuno, sarebbe utile per tutti che si aprisse una riflessione seria sul futuro dell’industria e del lavoro in Italia. Questo Governo, quando è nato, ha istituito addirittura il “Ministero per il Sud” nella convinzione che lo sviluppo al Sud fosse condizione per la ripartenza del Paese intero. Quel che resta dei grandi insediamenti industriali in Italia è oggi prevalentemente al Sud, dove la questione sociale è particolarmente delicata. Si pensi al rapporto Svimez presentato in questi giorni: vi sono indicatori molto negativi su mancata crescita, povertà, crollo degli investimenti, crisi demografica. Negli ultimi venti anni gli abitanti sono aumentati di 81mila unità, rispetto ai 3.300.000 del Centro-Nord; la popolazione autoctona è diminuita di 642.000 persone, mentre al Nord è aumentata di 85.000. Al crollo di nascite si somma l’emigrazione dei giovani: 2 milioni dal 2000, di cui il 20% laureati.

Ciò vuol dire che il Sud si sta deprimendo, non vi è sviluppo, non vi è crescita demografica e i giovani fuggono. Quale futuro se non ci sono lavoro e sviluppo? Il Nord sta un po’ meglio ma questi disastri industriali fanno male anche al più prospero Settentrione. Non solo Ilva e crisi aziendali, ma anche la “plastic tax” ci dice che il Governo non ha le idee chiare: non ha senso colpire un settore che produce lavoro senza una strategia di riconversione che solo la gradualità del tempo può guidare.

Bisogna che la questione dell’industria e del lavoro sia posta al centro dell’agenda politica. Ma, per fare questo, serve istituire una task force di persone in grado, in primo luogo, di rapportarsi alla complessità dell’industria. La grande difficoltà dall’inizio di questa legislatura è proprio questa: lo sviluppo è fermo, le crisi aziendali (i tavoli di crisi aperti al Mise sono 160) sono senza soluzioni. E ieri sono arrivate anche le previsioni di crescita per il 2020 della Commissione Europea: Italia all’ultimo posto (+0,4%). Il rallentamento non è solo nostro, ma l’incapacità di rispondere alla crisi è tutta italiana.

Abbiamo bisogno di una reazione decisa: salviamo industria e lavoro. Altrimenti, non ci resterà più nulla.

Giuseppe Sabelladirettore Think-industry 4.0 (@sabella_thinkin)

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