Quel maledetto 2 dicembre ’68 – Ilaria Romeo

Il 2 dicembre 1968 ad Avola, in provincia di Siracusa, una manifestazione a sostegno della lotta dei braccianti per il rinnovo  del contratto di lavoro finisce nel sangue: la polizia apre il fuoco e due lavoratori – Giuseppe Scibilia, di 47 anni, e Angelo Sigona, di 25 – vengono uccisi. Quarantotto saranno i feriti, due gravi.

Racconterà Angelo Minnino, bracciante, testimone della strage:  “Quel maledetto 2 dicembre 1968 mi trovavo infreddolito come tutti gli altri compagni, per la notte passata a presidiare le barricate sulla strada. La polizia già nei giorni passati si era dimostrata assai agguerrita, le cariche si ripetevano e noi rispondevamo con il lancio di pietre. Ad un tratto i fucili che prima sparavano in aria furono puntati ad altezza d’uomo. La vista delle fiammate che fuoriuscivano dalle canne dei fucili spianati, a prima vista non ci intimorì, già altre volte la polizia ci aveva sparato addosso a salve. Quando i compagni che ci stavano accanto cominciarono a cadere in terra colpiti, il panico ci prese tutti. Ci fu qualcuno che tentò una reazione rabbiosa, ma la violenza della polizia non si arrestava. Alla fine 2 di noi Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia furono uccisi, e tanti altri compagni rimasero feriti”.

Dirà Michele Palermo, all’epoca dei fatti soldato di leva a Siracusa: “Il 2 dicembre 1968 provenendo da Rosolini mio paese natale, mi dirigevo verso Siracusa per tornare in caserma dopo una breve licenza; erano circa le sei del mattino, quando a Chiusa di Carlo fui bloccato dai manifestanti. Chiesi di poter passare, mostrai la tessera militare per dimostrare che ero un soldato di leva, e che avevo urgenza di arrivare a Siracusa in caserma. I contadini, pur  stanchi e infreddoliti per la notte passata a presidiare le barricate, ascoltarono le mie ragioni, e mi consentirono di passare. Arrivato in caserma trovai un subbuglio generale, era arrivato l’ordine di mobilitazione e di partire subito, destinazione Chiusa di Carlo. Il mio pensiero volò a quei contadini che poche ore prima, si erano preoccupati di non farmi arrivare tardi in caserma. Ora io mi preparavo per andare contro di loro. Il tragitto sul camion durò quasi un ora, tenendo il fucile stretto tra le gambe non riuscivo a capire se tremavo per il freddo o per la paura. Arrivati a destinazione i camion si fermarono, e ci comandarono di presidiare un tratto di strada,  rimanendo in attesa non capivo di cosa […] In lontananza si sentivano gli echi della manifestazione, qualche sparo, una, due, tre  raffiche di mitra, urla, grida”.

Scriveva sulle colonne dell’Espresso Mauro de Mauro, che due anni dopo sarà rapito dalla mafia e mai più ritrovato: “Fa freddo. La statale 115 è in parte gelata. Ma dà un senso di gelo maggiore il doversi occupare ancora, dopo venticinque anni di lotte sindacali, di braccianti caduti sotto le raffiche della polizia. Stavano scioperando per difendere diritti e interessi elementari. […] Adesso, alle undici di sera, Avola sembra un paese di fantasmi. Dalle due del pomeriggio la vita si è fermata, i negozi hanno abbassato le saracinesche in segno di protesta e di lutto, le due sale cinematografiche hanno chiuso. Una folla immobile e muta indugia sulla piazza principale dove poco fa il sindacalista Agosta ha tenuto un comizio a nome della Federazione dei braccianti. In giro non si vede neppure una divisa. È come se l’intero paese stesse aspettando di riprender contatto con una realtà che tuttora appare incredibile. Ma il cordoglio, come del resto la destituzione del questore di Siracusa Vincenzo Politi o le deplorazioni ufficiali, evidentemente non bastano”.

“La tragedia di Avola – scriveva su l’Unità Emanuele Macaluso – dove ancora una volta si è sparso sangue dei lavoratori, non è solo un fatto siciliano. Con questo attacco, proditorio e meditato, le forze reazionarie nazionali hanno voluto montare una grossa provocazione poliziesca e politica nel tentativo di bloccare il grande movimento di lavoratori, di studenti, di popolo in corso da diverse settimane in tutto il Paese. Questo movimento non si fermerà. Respingerà ogni provocazione e andrà avanti, unitariamente e combattivamente […] Da più settimane la grande stampa padronale conduce una campagna contro le rivendicazioni dei lavoratori, contro la richiesta di un reale ampliamento della vita democratica nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, invita perentoriamente i dirigenti del centrosinistra a stringere i tempi della crisi, a «mettere ordine nel paese». E noi sappiamo cos’è per certe forze l’ordine. Lo abbiamo visto in altre occasioni, anche in momenti di crisi politica, nel 1960 per esempio, e lo vediamo oggi, ad Avola. Non è certo difficile quindi individuare le forze che hanno spinto e hanno dato gli ordini per arrivare alla strage, perché di una vera strage si tratta”.

Così, sei giorni più tardi, Rassegna Sindacale riporterà l’accaduto: “L’eccidio di Avola ha destato in tutta Italia, in primo luogo, naturalmente, fra i lavoratori e le loro organizzazioni, un moto profondo di collera […] Due morti e numerosi feriti gravi sono il tragico risultato di un’aggressione della forza pubblica contro i lavoratori agricoli, in lotta unitaria per il rinnovo del contratto di lavoro nella provincia di Siracusa. Bombe lacrimogene e raffiche di mitra hanno violentemente represso una manifestazione sindacale e popolare causata dall’atteggiamento provocatorio degli agrari, i quali venerdì non si erano neppure presentati alle trattative convocate dal prefetto. La Cgil, mentre chiama i lavoratori alla protesta più larga e unitaria in Sicilia e in tutto il Paese, richiama i democratici tutti alla vigilanza contro questi metodi indegni di un Paese civile, e ripropone la necessità di un immediato disarmo della polizia e dei carabinieri in servizio di ordine pubblico e particolarmente durante le lotte di lavoro”.

 Rispondendo alla chiamata, migliaia di operai, contadini e studenti esprimeranno la loro protesta, partecipando in tutto il Paese a scioperi, cortei e manifestazioni, in modo possente e unitario.

Nel corso delle manifestazioni popolari, svoltesi con particolare forza a Firenze, Napoli e Roma, operai, studenti e contadini porranno in primo piano la necessità e l’urgenza di imporre il disarmo delle forze di polizia e di garantire le libertà sindacali.

Il segretario generale della Cgil Agostino Novella – che partecipa alla testa della delegazione confederale ai funerali delle vittime – invia al ministro dell’interno Franco Restivo un fonogramma in cui viene chiesto a nome della Segreteria, che “a seguito dei gravissimi e tragici avvenimenti di Avola e in relazione alla giustificata e profonda indignazione dei lavoratori”, si diano disposizioni affinché “in occasione delle manifestazioni di protesta organizzate unitariamente in tutta la Sicilia dalle organizzazioni sindacali venga evitata l’interferenza della polizia”.

Aggiungerà il futuro segretario generale Luciano Lama: “Io credo che all’atto della formazione di un nuovo governo, che parla di Statuto dei diritti dei lavoratori e costituisce addirittura apposite commissioni tripartite per esaminarli, due cose vadano stabilite preliminarmente: il disarmo della polizia nel servizio di ordine pubblico e la concessione a tutti i cittadini di piena libertà di sciopero. Altrimenti parlare di Statuto dei diritti dei lavoratori diventa una presa in giro”.

Per quelli che sono passati alla storia come ‘i fatti di Avola’ non c’è mai stato un processo, non è mai stato individuato un colpevole.

“Non ce l’ho certo con lo Stato, noi abbiamo sempre avuto fiducia nello Stato, mio figlio è un poliziotto, ma vorremmo sapere chi è stato, chi ha ucciso mio padre e perché”, chiedeva lo scorso anno Paola Scibilia, figlia di Giuseppe.

Una domanda, una delle tante, alla quale noi tutti dovremmo una riposta.

Desecretare gli atti sarebbe un modo per risanare una ferita e dare un senso alla vita – e alla morte – delle tante persone che con il loro sacrificio hanno contribuito all’approvazione delle leggi di tutela dei nostri diritti, compreso lo Statuto dei lavoratori.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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