Sei anni senza Nelson Mandela, l’uomo chiamato libertà – Andrea Malpassi

Nelson Mandela ci lasciava esattamente sei anni fa. Ai suoi funerali –pochi giorni dopo- si precipitò un esercito di Capi di Stato, Presidenti o ex Presidenti, teste coronate e sangue blu di tutto il pianeta: il più alto numero di Uomini di Fama e di Potere che si sia mai visto nella storia, tutti insieme. Certo, molti erano lì per brillare -qualche istante almeno- nella luce della sua fama e della sua grandezza; ma tutti, in ogni caso, avevano capito di dovergli rendere omaggio: i loro rispettivi popoli, altrimenti, non glielo avrebbero mai perdonato. Perché Nelson Mandela era sempre stato un uomo capace di unire: anche quando lottava, anche quando era in carcere, anche e soprattutto quando vinse e governò, quando condusse il suo Sud Africa verso la democrazia, la riconciliazione e la libertà di tutte e tutti.

Bigger than life”, più grande della vita stessa. E certo la sua vita fu ben più dura, faticosa e intensa di quella che un solo uomo dovrebbe sopportare. Il nome di “Nelson” –così tanto, troppo britannico- gli fu dato solo quando già andava alla scuola elementare. Alla nascita, invece, la famiglia lo aveva chiamato –con un senso profetico che scavalca la leggenda- “Rolihlahla”: letteralmente, “colui che combina guai”. Poi, nei lunghi anni successivi, fu semplicemente “Madiba”: il nomignolo -rispettoso ed affettuoso al tempo stesso- tipico della sua tribù d’appartenenza, l’etnia Xhosa.

Si trovò a vivere in un sistema che era la peggiore porcheria che il mondo potesse offrire in quel momento. “Apartheid”, si chiamava: ed era l’infame regola col quale il Sud Africa provava a sfidare l’umanità, la giustizia, la decenza. Un regime bianco, costruito letteralmente solo su base razziale: i neri non potevano avere alcun diritto, non potevano camminare senza permesso nei quartieri dei bianchi né andare sulla spiagge ai bianchi riservate. Nei negozi, per legge, venivano serviti dopo i bianchi e le poche scuole a loro disposizione erano istituti tecnici ed agrari, per segnare da subito il destino dei neri. Vivevano rinchiusi in ghetti fatiscenti, i neri: niente diritto di voto, naturalmente, né quello di sposare o semplicemente amare un uomo “bianco” o –dio ne scampi- una donna “bianca”. C’era violenza e repressione e carcere per chi vi si opponeva: e Madiba, colui che portava guai fin dal suo nome, vi si oppose con tutte le sue forze.

Nella sua lotta si ispirò a Gandhi e contemporaneamente alla rivoluzione cubana; era profondamente comunista e studiava la via per realizzare la democrazia anche attraverso un lungo e mediato programma di riforme condivise. Ispirava la sua vita e la sua lotta alle poesie (una tra tutte, “Invictus”, quell’immortale inno alla resistenza di William Ernest Henley) e però studiò da avvocato per poter rappresentare al meglio il suo popolo e dargli leggi finalmente giuste. Studiò tantissimo, di tutto: “L’educazione – disse – è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo”.

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Tanto ebbe paura di lui, quel regime, che lo tenne in prigione per ventisette anni. Ventisette anni durante i quali, minuto dopo minuto, il nome di Nelson Rolihlahla “Madiba” Mandela diventava il sinonimo stesso della libertà. “Free Nelson Mandela” era l’urlo di ogni piazza e di ogni manifestazione: divenne un mantra inarrestabile, divenne canzone, divenne un concerto a Wembley lungo più di undici ore. Divenne l’urlo che univa l’Est e l’Ovest negli anni della Guerra Fredda. C’era la Cortina di Ferro, in quel mondo, e le ragazze e i ragazzi dell’una e dell’altra parte scendevano in piazza –chiedendo più diritti, più uguaglianza, più libertà, ma spesso sbandierando ideali proprio contrapposti. E però –ad Ovest e a Est- si univano in quel nome, in quel grido, in quell’idea: che Nelson Mandela dovesse essere libero. Tanto che fu insignito dell’Ordine di Lenin, la più alta onorificenza dell’allora Unione Sovietica, e poi del Premio Sakharov –istituito dal Parlamento Europeo in omaggio allo scienziato e dissidente russo antisovietico.

Vinse anche il Nobel per la Pace, forse uno dei pochi davvero meritati: perché quando uscì di galera, non cercò vendetta. Placò la rabbia, si rimboccò le maniche e fu eletto dalla stragrande maggioranza del suo popolo a Presidente di una nazione da curare, lenendo le ferite e aprendo finalmente pari opportunità a tutti.

Era più grande della vita stessa, Nelson Mandela, ed il suo nome è diventato addirittura sinonimo stesso di libertà. E però era un uomo, carne e sangue, dolori e rabbie e gioie e amori. Come lui stesso ha sempre ostinatamente ribadito e ostentato –anche nelle sue camicie colorate, nei suoi balli di gioia in pubblico, nel suo sorriso così gentile e forse anche un po’ beffardo- voleva essere considerato proprio questo: un uomo. Uguale a tutti gli altri. “Non sono un santo.– disse un giorno-  A meno che, per voi, un santo non sia altro che un peccatore che continua a provarci.”

Andrea Malpassi

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