Ilva, non tutto è perduto. Gli operai: “Venderemo cara la pelle”

L’ultimo fermo immagine sulla vicenda ex Ilva è un gruppo di operai che fissano grate d’acciaio alle finestre degli uffici della direzione dello stabilimento di Taranto. Ci restituisce plasticamente la separazione dai suoi dipendenti voluta da ArcelorMittal e insieme la paura di un assedio. Gli altri operai percorrono il viale che porta ai tornelli d’ingresso in fabbrica con la drammatica consapevolezza che sulle loro spalle si sta combattendo una battaglia economica e politica che investe governi, multinazionale e mercati internazionali. Lo scenario non li intimorisce, guardano in camera e sussurrano: “venderemo cara la pelle”; Taranto è stato l’unica colonia fondata da Spartani, determinazione millenaria. Tra indiscrezioni sulla volontà di ArcelorMittal di uscire da Taranto anche a costo di pagare 1 miliardo di euro per restituire gli impianti all’amministrazione straordinaria e le smentite del Ministero dello Sviluppo Economico che nega ogni tipo di trattativa su queste basi, ieri si è consumata un’altra giornata ad alta tensione, l’ennesima.

Ieri pomeriggio le agenzie hanno diffuso ricostruzioni di assetti societari, di impegni dello Stato e soprattutto un vero e proprio “borsino” degli esuberi in ballo che ci appare sconsiderato e pericoloso. Agenzie e giornali che annunciavano l’appuntamento di mercoledì scorso al Mise sulla vertenza ex-Ilva trasudavano “cauto ottimismo”. Il tavolo arrivava dopo settimane di tensione fortissima seguita agli annunci di chiusura e si intrecciava alle vicende giudiziarie, per ultima la denuncia fatta dai commissari straordinari ad ArcelorMittal per fatti e comportamenti lesivi dell’economia nazionale. In questo scenario solo l’aver convocato il tavolo era già una notizia.

Al Mise erano presenti i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil segno anche questo dell’importanza dell’appuntamento. Ottimismo evaporato appena si è scoperto che il nuovo piano industriale di Arcelor Mittal è uguale al vecchio. Lacrime, sangue e 4770 esuberi di cui 2900 annunciati già per il prossimo anno con l’ad italiana del gruppo Lucia Morselli che sparge sale sulle ferite di una vertenza che a questo punto rischia di lasciare margini di ricomposizione assai ridotti. Fuori dal ministero Maurizio Landini trattiene a stento l’indignazione e spiega quello che nessuno ha il coraggio di dire “questo non è un piano industriale, messa così è un progetto di chiusura nel tempo di Taranto e di Ilva” e poi ribadisce “Noi abbiamo un accordo firmato un anno fa che prevede investimenti e 8 milioni di tonnellate da produrre e quella è la base da cui partire.  Per noi la discussione è possibile se si parte dall’ accordo che abbiamo firmato, siamo disponibili a discutere se ci sono problemi di tempo di realizzazione degli investimenti, se c’è la volontà di utilizzare anche nuove tecnologie, se c’è la volontà di un ingresso anche pubblico – conclude il segretario generale della Cgil – tutte cose su cui noi non siamo contrari ma i due punti fermi sono 8 milioni di tonnellate da produrre e la difesa dell’occupazione”

L’accordo a cui si fa riferimento (qui i punti principali) porta la data del 6 settembre 2018, diritti, salario, occupazione e ambiente, tutto approvato con referendum dal 93% dei lavoratori del gruppo. Di piano industriale irricevibile parla anche Francesca Re David che a margine di un incontro a Milano su l’Autunno caldo del ‘69 (che coincidenza…) ha poi dichiarato: “In totale abbiamo 6.300 esuberi circa e questo per noi non è accettabile. Il governo ha annunciato che presenterà un documento, ma i nostri due punti fermi sono: otto milioni di tonnellate di produzione e naturalmente zero esuberi. Voglio ribadire, ancora una volta, che il sindacato non firmerà nessun accordo che prevede esuberi”.

Persino il ministro Stefano Patuanelli non nasconde la delusione “Arcelor non ha fatto nessun passo avanti. Entro lunedì il governo presenterà la sua proposta per Taranto” e qui c’è un elemento da non sottovalutare: il governo proporrà un suo piano industriale? Scenario tutto da decifrare. Ma intanto le organizzazioni sindacali chiamano alla mobilitazione di 36 ore a partire da lunedì 9 dicembre e per martedì 10 è attesa a Roma la manifestazione nazionale che confluirà nel presidio già programmato in Piazza Santi Apostoli, convocato proprio sulle questioni del mezzogiorno, dell’industria, dei servizi e di uno sviluppo ambientalmente sostenibile, contro i licenziamenti, a sostegno dell’occupazione e delle vertenze aperte, per l’estensione degli ammortizzatori sociali, per la riforma degli appalti e dello “sblocca cantieri”.

Da Taranto sono attesi 15 pullman. L’impatto sul territorio sarà devastante avverte Francesco Brigati delle tute blu Cgil di Taranto “Il rischio di desertificazione industriale è sotto gli occhi di tutti, negli anni della crisi sono andati via dal Sud Italia più di 2 milioni di persone, di questi il 51% sono giovani, non si può lasciare nelle mani della multinazionale il futuro della siderurgia in Italia” Le ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte fanno intuire che allo studio c’è un impegno importante dello Stato, che potrebbe entrare attraverso società pubbliche per guidare la transizione tecnologica e la riconversione degli impianti. Di certo l’esecutivo deve fare di tutto per la ripresa delle trattative, in gioco non c’è solo la credibilità di chi governa ma di un intero Paese.

Lorenzo Serio

Un pensiero riguardo “Ilva, non tutto è perduto. Gli operai: “Venderemo cara la pelle”

  1. se nello stabilimento di Cornigliano a metà novenbre Mittal ha deciso di far andare via i dieci supertecnici stranieri che avevano incominciato a lavorare lì otto mesi prima, a me sembra un segnale inequivocabile, sempre a Genova gli unici soldi che hanno speso sono per l’insegna col loro nome mentre per i macchinari che si rompono non ci sono neanche i pezzi di ricambio, si va avanti con dei rattoppi, io sono sempre più convinta che lo scopo di Mittal fosse distruggere un concorrente

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