A Piazza Fontana, 17 formelle con i nomi delle 17 vittime della strage – Ilaria Romeo

Si è tenuta ieri in Piazza Fontana, alla presenza della vicesindaco Anna Scavuzzo e del presidente dell’Associazione Vittime Piazza Fontana Carlo Arnoldi, l’inaugurazione di 17 formelle con i nomi delle vittime della strage.

Ciascuna formella contiene il nome, l’età, la professione delle vittime della bomba: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Pietro Dendena, Eugenio Corsini, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni, Vittorio Mocchi, Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silva, Attilio Valè.

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Un mezzo ed uno strumento per dar loro, finalmente, una identità pubblica e permanente.

Diciassette nomi, diciassette storie che tristemente si incrociano quel 12 dicembre di cinquanta anni fa.

Giovanni Arnoldi, figlio di agricoltori, nel 1952 aveva realizzato il suo grande sogno: avere un cinematografo. Aveva liquidato la sua parte dell’azienda agricola di famiglia e l’aveva aperto a Magherno, un paesino di circa 1.500 abitanti. L’aveva chiamato “Cinema Nuovo”.

Racconterà Gianmaria Mor Stabilini: “Mi trovavo vicino alla colonna sinistra per contrattare il bestiame con Giulio China di Novara, Pietro Dendena di Lodi e Giovanni Arnoldi di Magherno. Mentre si ragionava per addivenire al prezzo, un certo Pizzocaro di Garlasco mi prese per un braccio”, un gesto che gli risparmierà la vita.

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Foto Milano Corriere

Attilio Valè, abitante a Mairano di Noviglio e proprietario di un macello e di un negozio per la vendita diretta della carne al pubblico, quel 12 dicembre si trovava a Milano per trattare l’acquisto di alcuni animali destinati al macello. “Frequento da circa cinquant’anni il mercato degli agricoltori – ricorderà Antonio Taveggia – ero entrato da due minuti col mio amico Attilio Valè, aveva in mano un carnet e doveva consegnarmi un assegno da 200mila lire”.

Antonio sopravvivrà, Attilio no.

I sommersi e i salvati, gli uccisi e i sopravvissuti, saranno le loro vite, la loro quotidianità, ad essere stravolte, prima ancora che Milano e il Paese.

“Una ragazza barcollando mi si avvicinava – dirà Guglielmo Agnelli, testimone dei fatti che al momento dello scoppio della bomba si trovava sul marciapiede di Piazza Fontana – aveva le gambe bruciate e insanguinate. Sono entrato in banca per circa quattro metri, parecchie persone erano a terra in mezzo a fumo e macerie, sono uscito spaventato”.

“Ore 16.37: una deflagrazione spaventosa squarcia l’aria. Il boato è tremendo, lo spostamento d’aria mi manda lungo disteso fino alla porta d’ingresso della saletta dell’ammezzato che dà sul corridoio opposto a quello della Direzione. Avverto solo che d’improvviso è tutto buio. Dopo il boato c’è un silenzio tombale. Mi rialzo a fatica, tutto dolorante. Inconsciamente, come del resto tutti gli altri colleghi, imbocco la breve rampa di scale, diretto verso il pianterreno. Molti corrono verso l’uscita e tanti sono feriti. Passando vicino al bancone del portiere istintivamente alzo la cornetta del telefono che squilla all’impazzata. È la Questura che chiede spiegazioni: è scattato il segnale d’allarme”, così scriverà nel suo libro Piazza Fontana, Nessuno è Stato Fortunato Zinni, testimone diretto dell’attentato, un impiegato di neanche trent’anni che di solito sta allo sportello ma che da pochi minuti ha lasciato la sua postazione per una riunione sindacale sul contratto di settore. Una riunione che gli salverà la vita.

“Ho udito una spaventosa deflagrazione. Ho visto che tutto crollava attorno e davanti a me. I banconi di legno degli impiegati sono letteralmente saltati in aria mentre la sala si è riempita di frammenti di vetro. Molti accanto a me sono caduti, alcuni erano sicuramente morti, altri si lamentavano”, racconterà un cliente, Daniele Vaghi.

“Ero seduto al mio tavolo, al di là del bancone. Ho sentito uno scoppio. Ero seduto al mio tavolo, al di là del bancone. Ho sentito uno scoppio violentissimo che mi ha intontito. Nel fumo ho visto un corpo che volava dal reparto centrale riservato al pubblico cadendo poi a un metro da me. Io ero lì, stordito e sotto choc, immobilizzato. Poi ho visto le fiamme serpeggiare fra gli incartamenti del mio tavolo, finiti per terra. Il fuoco mi ha fatto tornare in me”, dirà Michele Carlotto, impiegato della banca.

“La bomba è esplosa proprio sotto il tavolone centrale, attorno al quale normalmente si siedono i clienti per riempire i moduli dei versamenti. Quel bancone era per noi un punto fisso di ritrovo. Usavamo metterci sotto le nostre borse, che poi ritiravamo magari a fine giornata, se non vi era roba di valore dentro. Chi ha messo la bomba deve aver approfittato di questo: l’ha lasciata assieme alle altre. Non ho avuto dubbi fin dall’inizio che si fosse trattato di una bomba. Ho sentito subito un odore simile a quello della polvere da sparo bruciata”, dichiarerà un altro cliente, Vittorio Locatelli.

“Ero seduto al mio tavolo in un angolo del salone. Ho sentito un’esplosione, poi tutto è saltato in aria. Sono finito contro un armadio. Quando mi sono ripreso ho visto che anch’io ero ferito – aggiungerà Carlo Masanzani, funzionario della banca – Ho fatto la guerra e non mi era mai capitato di vedere una cosa simile”.

La strage di Piazza Fontana sarà per Milano il più grave fatto di sangue dal secondo conflitto mondiale.

A cinquanta anni di distanza l’eccidio resta – ancora oggi – senza colpevoli, anche se dalle inchieste giudiziarie emergono con chiarezza le responsabilità dell’estrema destra neofascista (nel giugno 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che la strage fu opera di “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo” e “capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”, non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari. Gli esecutori materiali sono ignoti).

Mezzo secolo dopo a noi rimane il desiderio della verità e il dovere della memoria. Lo dobbiamo alle vittime e a coloro che furono ingiustamente accusati, lo dobbiamo ai loro cari, lo dobbiamo a noi stessi.

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre,
l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre,
l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l’Italia, l’Italia che resiste.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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