12 dicembre ’69. Cinquant’anni fa la strage di Piazza Fontana – Ilaria Romeo

Alle 16 e 37 di venerdì 12 dicembre 1969 un ordigno esplode nel salone centrale della Banca nazionale dell’agricoltura di Milano: muoiono 17 persone, 89 rimangono ferite. Un’altra bomba – fortunatamente rimasta inesplosa – viene rinvenuta sempre nel capoluogo lombardo nella sede della Banca commerciale italiana. Ancora una manciata di minuti e le esplosioni colpiscono Roma. Tra le 16 e 55 e le 17 e 30 ne avvengono altre tre: una all’interno della Banca nazionale del lavoro di via San Basilio, altre due sull’Altare della patria di Piazza Venezia.

“Ore 16.37: una deflagrazione spaventosa squarcia l’aria. Il boato è tremendo, lo spostamento d’aria mi manda lungo disteso fino alla porta d’ingresso della saletta dell’ammezzato che dà sul corridoio opposto a quello della Direzione. Avverto solo che d’improvviso è tutto buio. Dopo il boato c’è un silenzio tombale”, così nel suo libro Piazza Fontana, Nessuno è Stato Fortunato Zinni, testimone diretto dell’attentato, racconta la bomba che dà inizio alla strategia della tensione.

La città ed il paese sono sgomenti, scossi, sbalorditi, frastornati per l’atrocità dell’avvenimento. E’ il più grave fatto di sangue dal secondo conflitto mondiale.

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Il giorno dei funerali (la cerimonia verrà trasmessa dalla Rai, in rappresentanza dello Stato partecipano numerose personalità e il presidente del Consiglio Rumor) Cgil, Cisl e Uil decidono di proclamare lo sciopero generale.

Ricorderà anni dopo Antonio Pizzinato: “I dirigenti milanesi di Fim, Fiom, Uilm si riuniscono e, dopo alcune ore ed un serrato confronto, unitariamente propongono alle segreterie milanesi di Cgil, Cisl, Uil di promuovere una mobilitazione di tutti i lavoratori e dei cittadini, con la proclamazione dello sciopero generale provinciale contro l’eversione neofascista e le stragi e in difesa della Democrazia e delle Istituzioni. Il confronto su tale proposta, nel sindacato milanese e con le forze democratiche, prosegue fino a notte inoltrata per riprendere il giorno successivo, poiché vi sono posizioni differenziate, diversità di valutazioni. Qualcuno teme provocazioni ed altri incidenti. E’ la fermezza e la determinazione unitaria dei metalmeccanici che, alla fine, porteranno a decidere unitariamente lo sciopero generale e la partecipazione ai funerali per rendere omaggio alle vittime. Il 15 dicembre, durante la cerimonia funebre celebrata in Duomo, centinaia di migliaia di lavoratori e cittadini presidiano silenziosi la Piazza e le vie percorse dal corteo sino al Castello Sforzesco ed oltre. La giornata è buia, nebbiosa, plumbea e triste, ma il mondo del lavoro, la classe operaia con fermezza e unità sono presenti in forze e costruiscono una barriera in difesa della democrazia, delle istituzioni, contro il neofascismo e il terrorismo”.

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Aggiungerà Carlo Ghezzi: “La nostra presenza ai funerali fu decisiva: la dimostrazione, confermata poi negli anni del terrorismo, che eravamo una grande forza nazionale, che la lotta per i diritti era una sola cosa con la difesa della democrazia. La parola d’ordine, come per un riflesso condizionato, era inizialmente ‘vigilanza’. Nella Camera del lavoro, nel Pci e nella sinistra c’era il timore di ulteriori provocazioni, l’idea che molti sostenevano era quella di limitarsi a presidiare le sedi. Ci fu una discussione aspra, il momento era molto confuso. Poi, quando anche la Uilm fece sapere che era per la partecipazione, la discussione finì. E con le tute blu in piazza Duomo s’impedì che la tragedia potesse essere strumentalizzata dalla maggioranza silenziosa che allora stava nascendo”.

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“La piazza, quella mattina, era color del piombo fuso – scriverà Corrado Stajano (tra i primi ad accorrere sul posto) sul Corriere della Sera del 28 marzo 2012 – la copriva una cappa di nebbia, rotta soltanto dalla fioca luce dei lampioni che rischiaravano un poco la marea di donne e di uomini sgomenti di dolore. Dalle fabbriche di Sesto San Giovanni arrivarono a migliaia le tute bianche della Pirelli, le tute blu della Breda, della Magneti Marelli, della Falck che fecero da servizio d’ordine. La borghesia consapevole e la classe operaia formarono allora, con la serietà dei momenti gravi, un corpo unico nella città affratellata”.

A cinquanta anni di distanza l’eccidio resta – ancora oggi – senza colpevoli anche se dalle inchieste giudiziarie emergono con chiarezza le responsabilità dell’estrema destra neofascista (nel giugno 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che la strage fu opera di “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo” e “capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”, non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari. Gli esecutori materiali sono ignoti).

A noi rimane il dovere della memoria. Lo dobbiamo alle vittime (Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni, Vittorio Mocchi, Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silva, Attilio Valè, Giuseppe Pinelli) e a coloro che furono ingiustamente accusati.

“La strage di piazza Fontana – diceva qualche giorno fa il sindaco Giuseppe Sala – ha segnato in modo indelebile la storia di Milano e del nostro Paese. Ricordare le vittime di quel terribile attentato e fare memoria di quei giorni del 1969 è un dovere morale per Milano, una città che trova nell’antifascismo, nella difesa della libertà, nella tutela dei diritti civili e democratici i propri valori. La presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla seduta straordinaria del Consiglio comunale del 12 dicembre rappresenterà un momento di riflessione profonda, condivisa e partecipata, fondamentale per non dimenticare ciò che accadde 50 anni fa. Grazie al palinsesto di ‘Milano è memoria’, Palazzo Marino e l’intera città abbracceranno nuovamente le famiglie di chi ha perso la vita in quella tremenda strage attraverso eventi e incontri dedicati e aperti a tutti, a cominciare dai più giovani, perché senza memoria non c’è futuro”.

A conclusione di una importante settimana di iniziative (due progetti di particolare significato umano e civile si sono svolti il 9 dicembre – quando sono state poste in Piazza Fontana 17 formelle, ciascuna con il nome, l’età, la professione delle vittime della bomba – e l’11, quando il sindaco Sala ha interrato un albero nei pressi della abitazione di Giuseppe Pinelli), la mattina del 12, anniversario della strage, l’Università degli studi di Milano ospiterà il convegno Piazza Fontana. A cinquant’anni dalla strage – Riflessioni.

Organizzato dal dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici, l’incontro sarà aperto dal rettore Elio Franzini e dagli interventi dei docenti della Statale Ilaria Viarengo, direttore del dipartimento, e Nando Dalla Chiesa, coordinatore di ‘Progetto Memoria’. A moderare il convegno sarà Mariele Merlati, ricercatrice del dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici. Parteciperanno al dibattito il presidente del Consiglio comunale di Milano, Lamberto Bertolè, il giornalista Enrico Deaglio, la scrittrice Benedetta Tobagi e Valentine Lomellini, docente dell’Università di Padova.

Alle 15 e 45 il corteo con alla testa i gonfaloni dei comuni, della Regione Lombardia e della Città metropolitana raggiungerà piazza Fontana. Tra coloro che interverranno anche il segretario generale della CGIL Maurizio Landini.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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