Google assolda una società di “sterminator” sindacali

Venerdì 22 novembre, per la prima volta, duecento dipendenti di Google hanno organizzato una manifestazione sindacale sotto la sede di San Francisco. Tra i motivi della protesta, le molestie subite sul lavoro da alcune dipendenti da parte di importanti esponenti del management e l’attività antisindacale di Google che nelle settimane precedenti aveva messo in “congedo amministrativo” alcuni dipendenti che avevano criticato la collaborazione dell’azienda con Donald Trump sulla protezione doganale e delle frontiere degli Stati Uniti, e la gestione delle politiche di incitamento all’odio su YouTube.

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La risposta del gigante della Silicon Valley non si è fatta attendere e tre giorni dopo, lunedì 25 novembre, arriva la ritorsione: quattro dipendenti licenziati, due dei quali, Rebecca Rivers e Laurence Berland, erano intervenuti nel corso della protesta. L’azienda ha motivato questi provvedimenti contestando ai lavoratori, con il classico gergo tecnologico-padronale, la violazione della politica di sicurezza dei dati: “Abbiamo visto un recente aumento delle informazioni condivise all’esterno dell’azienda – riporta il promemoria completo redatto da Chris Rackow, Royal Hansen e Heather Adkins per conto del team addetto alla sicurezza e alle indagini di Google – inclusi i nomi e i dettagli dei nostri dipendenti. I nostri team sono impegnati a indagare su questi problemi e oggi abbiamo licenziato quattro dipendenti per violazioni chiare e ripetute delle nostre politiche sulla sicurezza dei dati”. Ma per i lavoratori non c’è dubbio: si tratta dell’ennesima ritorsione illegale dell’azienda.

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Venerdì 13 dicembre, un’altra dipendente, Kathryn Spires, viene convocata – senza preavviso – dall’azienda, per essere “interrogata” su presunte attività sindacali. Interrogatori che la dipendente ha definito “aggressivi e illegali”:  “Mi è stato chiesto – ha detto la lavoratrice – per ben otto volte se avevo intenzione di interrompere il rapporto di lavoro. Non mi hanno permesso di consultare nessuno, nemmeno un avvocato, e mi hanno spinto incessantemente a “incriminare” me stessa e tutti i colleghi con cui avevo parlato di esercitare i miei diritti sul lavoro”. Google, insomma, come un nuovo Torquemada, ha avviato campagne “inquisitorie” contro i lavoratori, costretti a “confessare” il grave delitto di aver rivendicato i propri diritti. E per fortuna, la tortura non è più consentita. Quattro giorni dopo, il 17 dicembre, Kathryn Spires è licenziata: “Google – ha scritto la dipendente – sta ricorrendo al licenziamento di coloro che organizzano e affermano la voce collettiva dei lavoratori perché ha paura. Un’azienda che detiene informazioni personali su miliardi di vite e di persone, ha paura che i suoi dipendenti conoscano i propri diritti sindacali”.

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Ma la vera colpa, grave, imperdonabile, di Kathryn Spires, è l’aver criticato il ricorso di Google ad una società di consulenza anti-sindacale, la Iri Consultant, per consigliare il management su come azzerare i “disordini diffusi dei lavoratori”, attraverso ritorsioni contro gli organizzatori di attività sindacali e la repressione del dissenso all’interno dell’azienda. Il sito Web della società pubblicizza “valutazioni sulla vulnerabilità dei sindacati” e si vanta del successo dell’IRI nell’aiutare grandi aziende nazionali a persuadere i dipendenti a evitare i sindacati. Significativo il motto della società annienta-sindacalisti: “La più grande minaccia della rinascita del lavoro è lo sciopero”

 

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“Dopo anni di relativa stagnazione e nonostante le battaglie legali, l’attività sindacale sta aumentando a livello nazionale”, è l’allarme riportato sul sito della società. “I sindacati hanno organizzato scioperi o proteste su vasta scala e chiedono di avere un potere di leva nei negoziati. La tua organizzazione è in grado di gestire una minaccia come questa? Quanto sei preparato a proteggere la tua organizzazione?”

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A conferma di quanto la “minaccia” sindacale sia crescente, Iri Consultant, cita alcune mobilitazioni, come quella degli insegnanti del Distretto di Columbia, o quella dei 50.000 lavoratori della United Auto Workers che hanno iniziato a scioperare contro General Motors per la prima volta dopo 10 anni a causa delle chiusure di alcuni stabilimenti e per chiedere l’aumento delle retribuzioni. O quella – del 20 settembre 2019 – delle 9000 infermiere appartenenti al National Nurses United che hanno organizzato uno sciopero di un giorno in California, Arizona, Florida e Illinois. O ancora gli scioperi contro Lyft e Uber in otto città avvenute all’inizio di quest’anno a causa dei bassi salari. O la lotta, ancora in corso, dei dipendenti dei fast food di New York City, che si è diffusa a livello nazionale come movimento “Fight for $ 15”, e che si concentra sui salari e sui diritti sindacali? E, infine, gli sforzi di attivismo dei dipendenti di Google.

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Che Google abbia assunto una società di consulenza nota per il suo lavoro anti-sindacale è una svolta sorprendente nella Silicon Valley. Una svolta regressiva che ha stupito i media americani. “L’iniziativa sindacale – scrivono Noam Scheiber e   sul New York Times – è tradizionalmente rara tra le grandi aziende tecnologiche dove i dipendenti sono stati generalmente trattati e pagati bene. Google, in particolare, è nota per i suoi benefit, come pasti gratuiti e i bus navetta per l’ufficio. Da quando Google è stata fondata due decenni fa, i dipendenti sono abilitati a porre domande scomode alla direzione durante le riunioni settimanali e chiunque abbia lavorato lì poteva consultare i documenti relativi a quasi tutte le attività dell’azienda”. Perché, dunque, si chiede il Nyt questa svolta repressiva nei confronti dei dipendenti?

Report Fortebraccio News su fonti Usa

Fonti dell’articolo: New York Times, Bloomberg, Medium, Iri Consultant, National Nurses United, Fight For $15, CNBC, The Verge

 

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