In memoria di Guido Rossa, operaio, ucciso 41 anni fa dalle Brigate Rosse – Ilaria Romeo

Guido Rossa nasce a Cesiomaggiore, in provincia di Belluno, il 1° dicembre del 1934.

Poco più di un anno e mezzo dopo la sua famiglia si trasferisce a Torino.

Giuseppe Rossa trova un impiego come custode in una fabbrica di cuscinetti a sfera, la stessa nella quale Guido comincerà a lavorare appena compiuti i 14 anni: è qui che conosce un operaio anziano attivo nel movimento sindacale e appassionato alpinista dal quale mutuerà l’una e l’altra passione.

Dirà di lui nel 1998 Bruno Trentin: “Lui era allora, anche se pochi lo sanno, uno dei più grandi arrampicatori italiani, un accademico del Club alpino […]. Era riconosciuto da tutti, io ho parlato a lungo con i dirigenti della sua fabbrica, come qualcosa di più di un operaio altamente specializzato: era un tecnico pieno di capacità inventiva, uno scultore, un pittore […] ed un grande alpinista”.

Proprio in montagna Guido conosce una ragazza genovese, Silvia, che diventerà la compagna della sua vita. Esigenze di lavoro tengono i due giovani sposi separati, lei a Genova lui a Torino, fino luglio del 1961, quando Guido trova lavoro nel capoluogo ligure e si trasferisce definitivamente entrando all’Oscar Sinigaglia di Cornigliano, nel reparto Officina centrale.

E’ qui che Rossa matura la sua coscienza di classe, politica; nel novembre del 1967 si iscrive al Pci, alla sezione Italsider. La stima che lo circonda nel suo reparto fa sì che nel 1970 venga eletto, quasi all’unanimità, delegato sindacale.

Scrive quell’anno all’amico Ottavio Bastrenta: “Caro Ottavio, l’indifferenza, il qualunquismo e l’ambizione che dominano nell’ambiente alpinistico in genere, ma soprattutto in quello genovese, sono tra le squallide cose che mi lasciano scendere senza rimpianto la famosa lizza della mia stazione alpina. Da parecchi anni ormai mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici, l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza, che si contrapponga a quello quasi inutile (e non nascondiamocelo, forse anche a noi stessi) dell’andar sui sassi. Che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato) un paradiso di vette pulite, perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre, possiamo dimenticare di essere gli abitati di un mondo colmo di soprusi e di ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’anno, quaranta muoiono di fame! Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini a lottare con loro, allargando fra tutti gli uomini la nostra solidarietà che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno, tra gli uomini di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l’esistenza nostra e dei nostri figli.

Ma probabilmente queste prediche le rivolgo soprattutto a me stesso, perché anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati per me il motivo dominante, sin’ora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualche cosa di buono in questo senso […]. Le lotte sindacali di questi ultimi mesi hanno avuto per obiettivo – tra gli altri – la democrazia sui luoghi di lavoro, e il diritto dei lavoratori di indagare sul processo produttivo e sulle condizioni ambientali in cui esso si svolge. Negli anni Settanta la lotta dei lavoratori sarà tesa a portare il potere decisionale dal vertice alla base, in tutti i campi della vita pubblica. Problema fondamentale dello sviluppo democratico nazionale è l’intervento dei lavoratori nella produzione industriale. Nuove conquiste sono necessarie. Partendo dallo Statuto dei diritti dei lavoratori, perché gli operai possano pesare nell’organizzazione della produzione e per l’affermazione e la difesa dei propri diritti di lavoratori e di cittadini […] Da poco mi hanno eletto con regolari votazioni delegato di reparto. Inizia qui e probabilmente finisce la mia carriera di sindacalista. Avrei voluto rimanerne fuori, ma mi hanno messo alle strette, dicono che parlarne solo non basta! E fin dal primo giorno sono partito all’attacco, tanto per tre o quattro anni non potranno buttarmi fuori”.

Esattamente 9 anni dopo Guido sarà ucciso, reo – agli occhi dei terroristi – di aver denunciato un compagno di lavoro sorpreso a distribuire documenti delle Br all’interno della fabbrica.

“Verso le 8,30 odierne – dichiarava il 25 ottobre 1978 – mi trovavo presso l’officina centrale del suddetto centro siderurgico. Alcuni operai di questo reparto mi hanno portato un opuscolo delle Brigate Rosse e mi hanno detto di averlo trovato nella cabina della macchina del caffè. Ho preso l’opuscolo e mi sono recato presso l’ufficio del Consiglio di fabbrica. Durante il tragitto mi sono fermato presso le macchine del caffè del reparto Cmc allo scopo di accertare se anche in questi luoghi vi fossero degli opuscoli del tipo di cui sopra. In tutti e tre i suddetti posti ho visto l’impiegato Berardi Francesco […] D’accordo con i miei compagni abbiamo deciso di portare l’opuscolo ai servizi di vigilanza dello stabilimento. Sceso al piano inferiore del Consiglio di fabbrica ho visto il Berardi Francesco che presentava un rigonfiamento sotto la camicia che indossava, con sopra la giacca, come se avesse un pacco di opuscoli più o meno della stessa misura di quello rinvenuto nell’officina. […] Appena il Berardi è uscito dal Cdf ho riferito al Contrino Diego, membro del Cdf, il sospetto che il Berardi nascondesse sotto la camicia degli opuscoli delle Br e l’ho invitato a seguirlo allo scopo di sorprenderlo mentre disponeva detti opuscoli in qualche zona dello stabilimento. Appena sono uscito assieme al Contrino dalla porta del Cdf, sul davanzale, abbiamo rinvenuto un opuscolo dello stesso tipo di quello descritto. Il Berardi, in quel momento, si trovava a circa 20 metri. […] Non ho altro da aggiungere”.

Al comando, a pochi passi dall’Italsider, l’appuntato di turno scrive la denuncia e invita il gruppo di operai e delegati in attesa a firmare. Firma solo Guido Rossa.

Una firma che gli costerà la vita.

guidorossa

Hanno sparato a tutti noi, titolerà l’Unità il giorno seguente: “Nessuno degli assassinii compiuti finora dai terroristi, per quanto in alto ne fossero le vittime, per quanto illustri o importanti o note apparissero, ci ha procurato un dolore profondo e se non stiamo attenti, disperante, come questo che ci viene dalla uccisione del compagno Rossa, il più grave, il più esecrando, il più crudele, il più lacerante delitto perpetrato fino ad oggi. Perché Guido Rossa era un operaio e un sindacalista. Egli apparteneva dunque alla classe di coloro ai quali ci sentiamo più vicini, perché in questa sua duplice qualità di operaio e di sindacalista rappresentava la democrazia, era la democrazia. Le altre vittime dei terroristi, profondamente rimpiante, costituivano della democrazia garanzia e presidio, difesa e sostegno, vigilanza e tutela, ma il compagno Rossa ne era l’essenza e la sostanza”.

“Guido Rossa – recita ancora il giornale -, operaio, comunista da sempre, non era un eroe. Ce ne sono anche troppi di eroi in questo Paese. Sono gli ardimentosi della parola e della penna, pronti a ritirarsi alla prima avvisaglia di pericolo, saldamente ancorati al carro del più forte. Sono coloro che pronunciano parole di fuoco in difesa dello Stato, ma tacciono appena lo Stato cessa di essere dispensatore dei loro privilegi. Rossa non era né l’uno né l’altro. Ma da operaio e da comunista é morto perche credeva nella democrazia e non voleva cedere alla paura, perche aveva la coscienza di battersi per una società migliore. E’ rimasto fino in fondo su una barricata che troppi hanno avuto fretta di abbandonare. Con lui – e con tutti quelli che, come lui ogni giorno si battono – la società ha maturato un debito immenso. Non può più rifiutarsi di pagarlo”. Oggi come ieri.

Il minidocumentario realizzato da Radio Articolo 1

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

2 pensieri riguardo “In memoria di Guido Rossa, operaio, ucciso 41 anni fa dalle Brigate Rosse – Ilaria Romeo

  1. Ho vissuto quel tempo, prima come delegato del Consiglio d’Azienda dal 70 al 75 e poi come membro di una cellula del PCI in Azienda, di cui sono stato tra i fondatori. Tempi bui.
    Proprio da questo episodio, ci fu una forte presa di coscienza e la risposta del mondo del lavoro fu determinante per isolare il terrorismo. Pochi lo sanno, ma il successo ottenuto poi dall’antiterrorismo, si deve anche al supporto che diedero persone come Rossa, agli uomini del Gen.Dalla Chiesa piazzati in incognito all’interno di grosse Aziende dove si erano verificati fatti simili a quelli visti da Rossa.

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