Laura è essenziale

Sveglia alle 4 e 30 del mattino. Prima dell’alba aiuta a casa poi esce per andare al lavoro. Un lavoro in appalto per una ditta di pulizie. Per 5 euro netti l’ora. Uno di quei lavori “sfigati”, dimenticati persino nelle conferenze stampa che ringraziano tutti, proprio tutti, e alla fine qualcuno lo dimenticano sempre. Anche se quel qualcuno è essenziale come Laura che con tuta, guanti, maschere e occhiali protettivi parte per il fronte ogni giorno.

La sua prima linea è l’ospedale di Santorso di Vicenza, centro nevralgico della lotta al Coronavirus. “Ci chiamano sempre ‘donne delle pulizie’, ma io ci tengo a dire alle ragazze che lavorano con me che noi siamo ‘le signore delle pulizie’. Forse non è il lavoro dei sogni, ma è umile e di grande dignità; se fatto bene merita grande rispetto. Siamo abituate a essere gli ultimi, con nessun tipo di arroganza; non oseremmo mai paragonarci a un medico o a un infermiere. Ho un marito infermiere, sono consapevole di quanto importante sia il loro lavoro. L’ospedale è come un teatro: il cantante sulla scena è bravissimo, ma dietro c’è chi lo trucca e lo veste e poi c’è chi tira le tende. Non c’è dubbio sul valore immenso del lavoro dei medici e degli infermieri, ma ci siamo anche noi nella squadra.”

Così Laura descrive il suo mestiere e in poche ore, quelle cruciali, in cui tutto il Paese inizia a interrogarsi su chi siano e cosa facciano i lavoratori e le lavoratrici essenziali la sua diventa una storia di riscatto collettivo, una storia raccolta dal sito Aleteia e rilanciata dalla pagina “Working Class Hero”.

“Bravissima signora collega, fa male essere essere guardati come ultimi, ma dobbiamo essere fieri, oggi come oggi siamo indispensabili” – scrive Susanna. Monica invece racconta la sua storia: “Ho fatto anch’io l’addetta alle pulizie in una clinica a Nemi certo non c’erano i contagiati del Coronavirus, c’era chi aveva la febbre, Tbc , scabbia … ho lasciato il lavoro perché non venivo più stipendiata”. Marisa manda una sua foto: “Anch’io sono una collega di Laura ma lavoro al Policlinico di San Donato… so cosa vuol dire alzarsi alle 5 per una miseria di stipendio. Ma non mi lamento amo il mio lavoro. Anzi se mi permetto, cara Laura, dovrebbero darti dei Dpi molto più idonei come quelli che indosso io per otto ore di fila.” Centinaia di messaggi che raccontano l’Italia del lavoro e che fanno da specchio a quegli operai che – adesso e soltanto adesso – scoprono di essere diventati indispensabili per le loro imprese mentre solo fino a qualche mese fa, magari, erano in piazza a chiedere di non chiudere, di non licenziare, di non delocalizzare. Quando saremo guariti non dovremo solo ricordarci di quest’Italia, ma risarcirla dei torti (troppi) subiti, e ricompensarla per quell’eroico impegno quotidiano di cui solo la classe lavoratrice è capace.

Fortebraccio News

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