L’esodo dei medici del Sud verso gli ospedali del Nord. L’Italia si stringe e unisce nel momento più buio – Ilaria Romeo

Trolley in mano e mascherina sul volto, medici, infermieri ed operatori socio sanitari da ogni parte d’Italia rispondono alle disperate richieste di aiuto e di rinforzo lanciate dai medici del Nord e dal Governo.

“I primi 21 medici volontari sono arrivati a Bergamo – commentava su Facebook qualche giorno fa il ministro per gli Affari regionali e Autonomie Francesco Boccia – la provincia più martoriata della Lombardia. Dove i morti si fa fatica a contarli. Dove a volte le persone spirano nelle proprie case perché non s’è fatto in tempo a fare neanche il tampone. Dove i camion dell’Esercito sfilano di notte per la città trasferendo in altri comuni i corpi di chi non ce l’ha fatta affinché essi vengano cremati. Questi medici volontari che si stringono al dolore della Lombardia arrivano quasi tutti dal Sud”.

I primi medici arrivati in Lombardia provengono da Roma, Latina, Bari, Firenze, Cosenza, Potenza, Napoli, Vasto, Messina, Udine, Caserta e Perugia.

E’ l’Italia che si unisce e si abbraccia in un momento di dolore che non può lasciare indifferenti.

Un altro mondo se richiamiamo alla mente quanto diceva meno di due anni fa Susanna Ceccardi, sindaco leghista di Cascina (Pisa), intervenendo ad Agorà.

“Bisogna utilizzare il metodo meritocratico – affermava il sindaco rispondendo alla domanda se fosse giusto pagare meno un medico del sud – : se i medici fanno meglio il loro lavoro devono essere pagati di più. Questo è normale, come dovrebbe essere in tutte le sanità […] Sto parlando di qualità: scusi ma i casi di malasanità li ha presenti in Calabria?”.

“I meridionali, esattamente come gli africani, devono essere aiutati a casa loro, altrimenti invadono il Nord Italia”, affermava del resto pochi mesi fa il leader storico della Lega Umberto Bossi, esprimendo un concetto non troppo lontano dal pensiero dell’attuale pentito Capitano del ‘Prima gli italiani’ che nel 2014 riguardo ad una possibile riforma della Scuola, dichiarava: “Bisogna bloccare l’esodo degli insegnanti precari meridionali al Nord” (il medesimo Capitano, non dimentichiamolo, che nel 2009 alla Festa di Pontida intonava “Senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”).

Quasi 8 mila persone hanno risposto al bando della Protezione Civile che cercava 300 medici da mandare al Nord.

“Le domande arrivano da tutte le Regioni d’Italia – commenta sempre Francesco Boccia -. Scorrendo nomi e date di nascita ti viene da piangere, perché vedi giovani medici ma anche medici 80enni. E allora si capisce che cosa è il nostro Paese in questo momento e perché quasi 8mila persone hanno scelto di andare al fronte”.

Persone, uomini e donne, ragazzi e ragazze come Stefano, un infermiere partito da Baronissi, destinazione Lombardia.

“Ho deciso, vado! – scrive – In viaggio ora, partito da Baronissi destinazione Lombardia. I social, le tv, le radio, i miei ex colleghi e gli amici di Milano, quella Milano che mi ha accolto per 10 anni; un continuo sollecitare la mia natura, fino a che mi sono detto: “Stefano c’è bisogno anche di te lì”. Da quel momento in poi ho iniziato a costruire dentro di me la risposta a questa voce. Questa volta però non è stato il mio solo istinto a indicarmi la strada, non potevo lasciare a lui l’esclusiva di questa decisione. Ho dovuto mettere tutta la mia vita sulla bilancia e le variabili che spostavano la risposta verso un “Stefano resta a Baronissi” erano tante ma ora mi ritrovo su un treno deserto, spettatore dal finestrino di questo mondo surreale. Porto sulla mia spalla le lacrime di mia figlia, 8 anni, e il suo amuleto che mi ha attaccato al cappotto. Porto nel petto la preoccupazione di tutte le persone a me care. Servirà anche questo. Porto con me la paura, esatto, “ho paura” ma porto anche lei con me perché averne è la dimostrazione che rispettiamo il miracolo della vita. Porto anche i sorrisi e l’incoraggiamento di chi ha condiviso con me questa scelta. Porto nelle mie viscere tutti i “ti aspetto” che mi sono stati detti, custodirò questo impegno con forza. Porto già con me la sofferenza di chi mi accoglierà con il sorriso e la gratitudine quando arriverò in Lombardia. Perché il Coronavirus è anche questo, è tempo sospeso, è lasciarsi andare, è il riscoprire la sacralità dei silenzi, è la dimostrazione che i confini e la loro venerazione non sono altro che limiti mentali, il Covid-19 sono i canali limpidi di Venezia e le lepri nei parchi di Milano, è la prova che siamo tutti uguali, lui non fa distinzioni, è e sarà il volano di un mondo migliore, di un mondo che correva troppo veloce e noi con lui, è la scoperta della nostra vulnerabilità. Non sono un eroe, gli eroi sono altri o forse di eroi non esistono ma esistono le persone, ecco, io sono una persona, ora affilo le mie armi e vado a combattere questa battaglia, tornerò vincitore. Torneremo tutti vincitori”.

Torneremo tutti vincitori, ed andrà tutto bene.

Ma è importante non dimenticare.

Non dimenticare gli ultimi diventati primi, essenziali, in questa emergenza. Non dimenticare gli aiuti ricevuti, il senso di comunità e appartenenza ritrovato e scoperto universale, la solidarietà disseppellita e magnificamente rappresentata dai panieri che stanno riempiendo le nostre città accompagnati dalla scritta “Chi può dia, chi non può prenda”.

Li abbiamo visti, i panieri della solidarietà, a Napoli e Palermo. Rappresentazioni meravigliose di quel Sud che “quando ci vai piangi due volte, quando arrivi e quando te ne vai”.

Un Sud generoso, coraggioso e presente che, chiamato, non ha fatto mancare, come sempre, il proprio contributo.

Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà finito.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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