Bene applaudire i medici cubani ma ora sospendiamo le sanzioni – Susanna Camusso

Il governo spagnolo ha preso parola, se non erro primo fra i  governi europei, sostenendo l’appello di Antonio Guterres , che a sua volta rilanciava l’appello di UNHCR, per  sospendere, o almeno allentare, le sanzioni contro Iran, Siria, Cuba, Venezuela ed altri paesi. L’idea è semplice e precisa:  di fronte ad una pandemia bisogna che tutti i paesi possano contrastarla.

Un appello di economisti si era levato nei giorni scorsi negli USA e il tema è stato discusso nelle commissioni esteri del parlamento italiano.

Stiamo parlando di paesi stremati dal punto di vista economico.

Pensiamo all’Iran, dove il virus non riesce ad essere contenuto, le persone non riescono ad essere curate.

Se pensiamo a Cuba, le ragioni delle sanzioni sono perse nella storia. Il “bloqueo” era diventato parte dei colloqui Usa-Cuba, poi è arrivato Trump, che delle sanzioni fa il suo fondamentale strumento  di consenso e di politica internazionale.

cubapediatria
Reparto pediatrico di Matanzas, Cuba (Ph. Miguel Solis Solis, Radio Rebelde)

Il blocco all’Iran è stato imposto dopo che gli USA sono usciti dall’accordo sul nucleare, cosi come in Venezuela è stata la risposta al fallimento del tentativo di decidere “da fuori” chi deve governare nel paese, una ritorsione che rimane in vigore nonostante l’apertura del dialogo governo-opposizioni.

La Siria è in guerra da nove anni, oltre ad essere terra di conflitto tra potenze straniere, bombardata fino a pochi giorni fa e subisce il diffuso disinteresse mondiale alla condizione della sua popolazione, di chi è rimasto nel paese come dei milioni di profughi.

Perché tanti silenzi sulle sanzioni, sulle conseguenze non per i governi, ma per le popolazioni? Perché se non dimostri di essere parte del “blocco occidentale”, se non appartieni – dicono anche i commentatori nostrani- eserciti un tradimento, ma più pragmaticamente perché  sui paesi che provano a rompere il blocco pende sempre la spada di Damocle dei dazi trumpiani .

Le politiche internazionali sono complesse e non semplificabili come sto facendo, ma credo di aver reso l’idea.

In altri momenti tutto ciò sarebbe potuto apparire lontano, avrebbe prevalso il dibattito sui regimi dei paesi in questione che, pur con caratteristiche diverse, non rispondono certo a criteri democratici e di rispetto dei diritti umani.

Poco ci si domanda se i blocchi economici sono utili a favorire processi di cambiamento, partecipazione, democrazia o favoriscono invece repressioni alimentate anche dalle difficoltà di vita o di sopravvivenza, dalle esplosioni di diseguaglianze, dal senso di solitudine che viene sfruttato per epopee nazionaliste.

Ma siamo in pandemia, e l’attenzione di tutte e tutti è focalizzata su questo: il virus, l’emergenza, sul che faremo dopo: le misure economiche, come rispondere alla recessione.

Il “dopo”,  l’orizzonte a cui guardiamo tutte e tutti; ma sarà bene rammentare una lezione storica : se non si interviene con misure eque e sociali, dalle crisi economiche (e la pandemia è ben più pericolosa di una crisi economica) si esce a destra, nei totalitarismi e nelle guerre. (A questo proposito, come è debole la voce dell’Europa sull’Ungheria e i poteri assoluti ad Orban).

Dobbiamo sapere che prima del “dopo” deve cessare il contagio, e il virus – questo lo sappiamo già – non conosce frontiere e confini.

Improvvisamente quel che sembrava lontano diventa vicino, prossimo, i destini legati, le possibilità dei singoli paesi un tema comune.

Deve diventare un imperativo categorico quello della sospensione delle sanzioni, e devono diventare un impegno comune  aiuti sanitari e necessità delle popolazioni.

Ed infine facciamo i conti con la nostra falsa coscienza: abbiamo applaudito e salutato come eroi i medici cubani, giunti in Italia ad aiutarci, (sappiamo che sono in Africa a combattere Ebola ed in tante altre parti del mondo ad aiutare ed insegnare), alziamo lo sguardo ed oltre ad apprezzare la solidarietà proviamo ad esercitarla, si anche in tempo di Coronavirus, perché se la perdiamo adesso poi sarà tutto più difficile.

Susanna Camusso, Responsabile politiche internazionali Cgil

5 pensieri riguardo “Bene applaudire i medici cubani ma ora sospendiamo le sanzioni – Susanna Camusso

  1. Abbasso gli embarghi
    Dimas Castellanos: laureato in scienze politiche e in teología, autore del blog Dimas (elblogdedimas.com), ha pubblicato piú di 300 articoli é stato premiato in vari concorsi e ha impartito varie conferenze in universitá europee.

    Di umile estrazione sociale (figlio di un tabaccaio e di una casalinga) é stato segretario de la unión dei giovani comunisti di Santiago de Cuba, combattente internazionalista in Etiopia. Nel 1992 é stato espulso dal suo centro di lavoro per motivi ideologici.
    La pandemia del nuovo coronavirus SARC-CoV2 ha rilanciato la questione dell’embargo statunitense su Cuba. Diverse persone e associazioni chiedono la sua eliminazione.
    Venerdì 3 aprile, il giornale ufficiale Granma ha pubblicato un appello di 230 partiti politici dal titolo “Cooperazione, pace e stabilità mondiale”. Tra le tante risposte a questo appello c’è “Grazie Cuba, niente più embargo”, firmato da Susanna Camusso, responsabile della politica internazionale della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), che una settimana prima aveva scritto qualcosa di simile sul blog dell’Associazione Italia-Cuba.
    Susanna prende come punto di partenza la notizia della sospensione della vendita di respiratori e ventilatori a Cuba. Tra l’altro, sottolinea il comportamento dei medici della Brigata Internazionale Cubana che si trovano negli ospedali in Italia a combattere il virus. Aggiunge che queste sanzioni non riguardano i governanti o le forme di governo, ma il popolo e il benessere sanitario che è stato così difficile da ottenere. Finisce con l’invitare il suo Paese ad alzare la voce per dire basta all’embargo.
    C’è qualcosa che non offre dubbi e su cui siamo tutti d’accordo: la sospensione dell’embargo è una necessità per uscire dalla crisi in cui Cuba è immersa; una crisi aggravata dagli effetti devastanti della Covid-19.
    La questione non può essere ridotta alla leggenda biblica di Davide contro Golia, è molto più complessa. Al di là delle ideologie, ci sono fattori che non possono essere tralasciati per formulare un giudizio oggettivo, che ci costringe a partire da un breve sguardo sullo sfondo della crisi in cui Cuba è immersa.
    Nel 1959 i rivoluzionari, divenuti fonte di diritto -senza consultazione popolare- sostituirono la Costituzione del 1940 con la Legge fondamentale dello Stato cubano; con questi statuti il primo ministro -senza essere eletto- assunse i poteri del capo del governo e il Consiglio dei ministri assunse le funzioni del Congresso. Insieme alle prime misure di carattere popolare, il governo ha concentrato il potere nelle mani del capo della rivoluzione, ha nazionalizzato la proprietà, monopolizzato i media, l’istruzione, la cultura e il concetto di cittadino è scomparso.
    Da quella posizione, Fidel Castro annunciò un programma che “aumenterà notevolmente la produzione agricola, raddoppierà la capacità di consumo della popolazione contadina e Cuba cancellerà la sua terribile cifra di disoccupazione cronica, raggiungendo per il popolo un tenore di vita superiore a quello di qualsiasi altra nazione”; un programma che ha ricevuto l’appoggio della stragrande maggioranza dei cubani, tra cui chi scrive queste righe.
    Con l’eliminazione dei proprietari, l’interesse per i risultati della produzione e dei servizi è scomparso. Da quel momento in poi, la combinazione di inefficienza, i tentativi di esportare l’esperienza in altri Paesi, il contrasto con gli Stati Uniti, la mancanza di conoscenza delle leggi che governano i fenomeni economici, condita con un’alta dose di volontarismo, ha trasformato l’economia cubana – una delle più forti della regione – in un fattore di povertà.
    Il risultato ha costretto la distribuzione regolamentata dei prodotti di base, che per la sua durata – quasi sei decenni – la “tessera del razionamento” costituisce un record nella storia dell’umanità. Oggi il governo discute nuovamente la questione dell’inclusione dei beni di prima necessità nella tessera, perché la loro esistenza non consente una distribuzione minima pro capite. Il Ministro del Commercio Interno, Betsy Díaz, ha ammesso di non averne abbastanza per garantire una saponetta pro capite. E il Presidente, Miguel Díaz-Canel lo ha confermato quando ha detto: ci sono prodotti che possiamo vendere in modo regolamentato, ma ce ne sono altri che non possiamo vendere nel modo che la gente chiede, semplicemente perché non esistono le quantità necessarie.
    Nonostante l’inefficienza produttiva, il governo cubano ha giocato d’ azzardo per 30 anni, pur non essendo in grado di finanziarli, ha anche mostrato alcuni risultati nella sanità, nell’educazione e nello sport, fino a quando, prima nel 1982, ha dovuto rinegoziare il debito con il Club di Parigi perché non poteva pagare, e poi, nel 1989, la perdita dei sussidi sovietici che lo sostenevano ha rovinato tutto: il Pil è sceso bruscamente del 34%; un calo che non è stato ancora possibile recuperare.
    I cambiamenti introdotti tra il 1993-1994 e poi nel 2008, a causa della loro natura timida e tardiva, sono falliti, costringendo il Paese a dipendere dai sussidi del Venezuela e da voci come l’assunzione di professionisti, le rimesse familiari e il turismo: fragili e insufficienti a costituire la base economica del Paese.
    Infine, vista la volontà di non cambiare, nel 2019 il Partito comunista ha creato una Commissione dei deputati per la stesura di questa Costituzione, in cui sono stati nuovamente approvati i principali ostacoli che hanno causato il fallimento: partito unico, predominanza della proprietà statale, assenza di libertà politiche, civili ed economiche, divieto per i cubani di essere imprenditori nel loro Paese e di contrattare liberamente con imprese straniere.
    La richiesta di sospensione dell’embargo, ripeto, è una necessità imprescindibile che deve unire tutti noi. La domanda è: se la causa principale, cioè gli ostacoli interni citati, viene preservata, che senso ha chiedere solo l’ eliminazione dell’embargo esterno?
    Se il governo cubano avesse la volontà politica e procedesse a rimuovere questi ostacoli, smantellerebbe gli argomenti dell’embargo statunitense. Sarebbe un gesto non verso il “nemico” ma verso le persone, che, come dice Susanna, sono quelle che ne soffrono. Quell’occasione si è persa durante l’amministrazione di Barack Obama, che ha emanato sei pacchetti di misure per allentare l’embargo, mentre Cuba ha dichiarato di non avere nulla da cambiare, mettendo a nudo la volontà di impedire l’emancipazione dei cubani.
    La questione delle brigate mediche, in relazione con quanto detto finora, ha due facce. Da un lato, il sistema sanitario cubano crea un numero elevato di medici, e ció gli permette di inviare decine di migliaia di persone negli angoli più remoti del pianeta; un comportamento ammirevole e applaudibile che proietta un’immagine positiva davanti al mondo. D’altra parte, questi medici non vanno alle missioni quando lo considerano, ma quando lo Stato lo decide; i loro stipendi sono riscossi dallo Stato, che ne trattiene circa tre quarti; non possono viaggiare con le loro famiglie e se decidono di lasciare le missioni sono considerati disertori e gli è proibito tornare in patria per otto anni. In altre parole, non vanno e vengono da soli, ma come parte di un esercito.
    Gli stipendi cubani sono insufficienti. Le aspirazioni di comprare, o costruire o migliorare una casa, o acquistare un apparato elettrico o un mezzo di locomozione sono impossibili da realizzare; mentre nella missione, quel quarto di quello che ricevono dal loro salario, può rappresentare due anni di stipendio a Cuba. In queste condizioni, l’umanesimo e la solidarietà si mescolano ai bisogni. Inoltre, i medici, come il resto dei cubani, non possono formare sindacati o associazioni professionali indipendenti per difendere i loro interessi; cosa che dovrebbe essere inaccettabile per un rappresentante della CGIL.
    Oggi, a causa di un modello economico non redditizio e dell’assenza di volontà politica di cambiarlo, l’esportazione di servizi professionali è diventata la principale fonte di reddito del Paese. Per questi servizi il governo ha ricevuto miliardi di dollari all’anno. Cuba potrebbe anche aumentare la presenza di medici all’estero, ma non in condizioni di moderna schiavitù o per evitare i cambiamenti strutturali di cui il Paese ha bisogno. Con quella svolta, i medici, i paesi contraenti e lo Stato cubano ne uscirebbero vincitor e il confuso mix di solidarietà e necessità verrebbe meno.
    É necessaria una riforma che includa la proprietà dei mezzi di produzione; un’economia di mercato regolamentata; una nuova legge sugli investimenti che fornisca ai cubani pari diritti; un nuovo codice del lavoro che approvi la libera sindacalizzazione e l’autonomia dei sindacati, in accordo con la Convenzione 87 dell’OIL sulla libertà di associazione; la formazione di piccole e medie imprese in tutti i settori produttivi e dei servizi; la promozione di cooperative basate sui principi stabiliti dall’Associazione Cooperativa Internazionale; il trasferimento dei terreni dall’usufrutto alla proprietà; l’eliminazione della raccolta centralizzata dei prodotti agricoli (acopio), delle esportazioni e delle importazioni; la ratifica dei patti internazionali sui diritti umani, che hanno carattere vincolante.
    Pertanto, Susanna e tutti noi che vogliamo che l’embargo sia revocato dobbiamo anche chiedere l’attuazione di queste misure per eliminare l’embargo interno. Con ció si aprirebbero le porte dei mercati finanziari, si attirerebbero più investitori e si risveglierebbero l’interesse che oggi non esiste per i risultati del lavoro. L’embargo esterno, come è successo in Vietnam, cadrebbe sotto il suo stesso peso, poiché perderebbe la base che lo sostiene.
    L’Avana, 23 aprile 2020.

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