Il Saldatore della patria

Non l’uomo solo al comando e nemmeno il salvatore della patria (che ce ne sono fin troppi) ma, al massimo, il saldatore della patria, in questi tempi di grandi scollamenti sociali, di distanze sempre più ampie tra rappresentanti e rappresentati, di crisi della democrazia rappresentativa, come si va ripetendo ovunque. Diceva, sarcastico, qualche giorno fa, nella sua lunga relazione, un altro Landini, Stefano, segretario dei pensionati della Lombardia, riferendosi a Maurizio Landini, che “oggi, a quanto pare, il titolo di saldatore offre qualche prospettiva in Cgil”. E’ una fortuna che sia così. Perché mai come adesso c’è bisogno di più saldatori e meno saltatori. Di leadership non solo legittime ma anche, se possibile, legittimate. Di portatori di istanze (e di speranze) collettive contro il dilagare degli interessi corporativi e delle spinte autoreferenziali. Di saldatori che tengano assieme non solo i gruppi dirigenti e i ceti politici ma anche le soggettività “liquide”, le esperienze, i movimenti, gli individui e i mondi fuori da noi.

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E Maurizio Landini è innanzitutto questo, un saldatore, da sempre, da quando, all’età di quindici anni, ancora apprendista, organizzò un gruppo di colleghi, ragazzi come lui: “Dovevamo lavorare all’aperto – ricorda l’ex apprendista saldatore – faceva freddo d’inverno e c’era un disagio. Non è che volessimo lavorare meno, volevamo vedere riconosciuto questo disagio e abbiamo chiesto alla cooperativa di affrontare questo problema. Era una cooperativa rossa, eravamo tutti iscritti al Partito Comunista e i dirigenti ci dissero che sì, avevamo ragione, però dovevamo tenere conto che la cooperativa aveva dei problemi e che dovevamo fare degli sforzi. Io ero giovane e d’istinto mi venne di interromperlo e di dirgli: “Guarda, tu sei un dirigente, e io in tasca ho la tessera del partito che hai anche tu. Però ho freddo lo stesso”. Lì ho capito una cosa: il sindacato deve rappresentare le condizioni di chi lavora e non deve guardare in faccia nessuno.”

Dopo quarant’anni, l’ex apprendista Landini, è oggi chiamato – non da solo –  a “saldare” e a riconnettere le tante solitudini che si muovono ai margini di un mondo del lavoro sempre più frammentato e atomizzato. Più facile a dirsi che a farsi. Ma è una sfida alla quale il sindacato non può sottrarsi e che può vincere solo a patto che agisca con spirito e metodo collettivo. Perché la Cgil o è colletttiva o non è.

Fortebraccio News

3 pensieri riguardo “Il Saldatore della patria

  1. peccato che Landini per tre congressi ha praticato azioni di divisione nella CGIL compreso la teorizzazione dell’indipendenza della FIOM dalle dinamiche confederali, dai rapporti con gli altri sindacati e dai lavoratori che via via in minor numero scelgono la FIOM.

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