Il grande imbroglio del part time ciclico, 100.000 lavoratori derubati dei contributi – Giorgio Sbordoni

E la chiamano estate. Anche quella delle lavoratrici degli appalti delle scuole, quando le scuole chiudono. Quella delle produzioni stagionali, quando non è più tempo di barrette di cioccolato, ma di gelato alla fragola. Quella di oltre centomila persone che nella bella stagione – bella per gli altri – si ritrovano le tasche vuote, perché il loro lavoro resta sospeso, chiude per ferie, senza che loro le ferie se le possano permettere. Senza reddito, senza ammortizzatori sociali, senza strumenti di sostegno, senza contributi. Senza niente. Lavoro svenduto, diritti che si sciolgono al sole nel periodo dei saldi offerti alle ditte – spesso in appalto – che incassano, ringraziano, e spengono il tassametro sul quale si aggiorna il costo del lavoro, lasciando in stand by le maestranze.
“I soldi non bastano mai, devi tirare la cinghia, e la busta paga di metà ottobre sembra lontanissima”, mi racconta Riccarda, con un filo di rabbia e di malinconia che le incrina la voce. “Non posso portare i miei figli un pomeriggio al lago, perché anche un pieno in più alla macchina può diventare un lusso. Devo dir loro no se vogliono invitare un amico a cena, perché non posso far la spesa. Per affrontare questi due mesi ho preso un fido bancario di mille euro. Per ripagarlo dovrò fare sacrifici per il resto dell’anno”.

Vite spese a rincorrere un orizzonte irraggiungibile. A queste persone, paradosso della matematica applicata alla realtà, servono cinquant’anni di lavoro per versare quarant’anni di contributi. Perché quando a mezzo secolo sottraete luglio e agosto, anno dopo anno, scoprirete che il conto che appariva surreale di colpo tornerà. La chiave è il numero di settimane che dovrete cancellare dal monte previdenza. Centinaia. Migliaia di giorni amputati alle vite professionali di questi lavoratori, loro malgrado.

E allora buone vacanze, per chi può. E chi non può si arrangi. Mentre una parte di mondo prenoterà viaggi e pianificherà la fuga dall’afa cittadina, questa parte di mondo, questi centomila, saranno lì a incastrare il pranzo con la cena. E la sfida sarà ancor più difficile che nel resto dell’anno, fatto di magri stipendi. Che se per qualcuno la meta è il mare o la montagna, per loro è fine mese.

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C’è chi la chiama, mentendo e sapendo di dire una bugia, flessibilità. E chi, come Maurizio Landini, lavoro povero, certo di dire la verità.

E non importa se ce lo disse la Corte di Giustizia europea nell’ormai lontano 2010 che questa discriminazione doveva finire. Da allora a oggi quella pronuncia, che pure sembrava una cosa maledettamente seria, è stata trattata come una boutade, rimanendo lettera morta. L’imbarazzo con cui ogni governo da allora a oggi si è speso timidamente in annunci e promesse non è mai diventato norma concreta e riparazione dovuta.

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Ancora una volta, tra la cupidigia e l’opportunismo dei molti e il silenzio complice della politica, si è levata alta la voce del sindacato, che questi lavoratori li sta prendendo per mano, uno per uno, per accompagnarli in un percorso di giustizia individuale che raddrizzi, una causa dopo l’altra, questa inaccettabile stortura.

Lo scorso 24 luglio, dopo mesi di richieste inascoltate, Cgil Cisl e Uil sono riuscite a ottenere una convocazione al ministero del Lavoro. Nelle agenzie battute quel pomeriggio con i resoconti di quell’incontro il sottosegretario di turno ha parlato, ancora una volta, di “un tema che a livello parlamentare raccoglie una sensibilità trasversale”. Mentre leggevo questi dispacci mi è sembrato quasi che il caldo africano di quell’infernale scorcio romano offuscasse i caratteri di quei resoconti, fino a renderli liquidi e indistinguibili dalla poltiglia che su questo scandalo ci servono da anni, sempre uguale. Un’allucinazione dovuta ai 35 gradi o alle tante promesse tradite? Anche quest’anno lo scopriremo il prossimo anno.

E intanto Riccarda mi ha detto: “A settembre, quando tornerò a lavoro, non avrò neanche i soldi per il biglietto dell’autobus”. La lunga marcia, per tutti loro, continua. Non lasciamoli soli.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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